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Pensieri in libertà
durante una “scappata”
a
Pisciotta
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Cronistoria del viaggio a
Pisciotta
Siamo in autostrada io e
Pino, nel tratto appenninico.
La giornata è bella, tersa.
Siamo nella zona del Mugello,
qui l’autostrada passa in
alto e dal finestrino della
nostra Renault Espace (alta
pure lei) si vedono montagne
piene di ginestre e sotto le
vallate con paesini che
sembrano dipinti. Lo sguardo
si riposa. Incontriamo
boschi di abeti e altri
alberi fitti con la chioma
larga e maestosa che non so
come si chiamano. E’ un
magic moment: si va.
Miracolo, proprio su questo
tratto che di solito si va a
passo d’uomo e ci vogliono
ore per attraversarlo. E’che
“abbiamo già dato” ci
abbiamo messo Como- Bologna
5 ore invece delle solite
due. Pino esasperato. E sì
che ce lo dovevamo
immaginare: ponte del 2
giugno, più ascensione, cioè
festa in Svizzera e
Germania, e quindi ponte
lungo. Il primo di questa
estate che si preannuncia
caldissima (mai un maggio
con 33° come questo) e
allora tutti al mare, e noi
in mezzo a fare la fila.
A me non dispiacciono questi
attraversamenti dell’Italia
in macchina, neanche i
rallentamenti, abbiamo
l’aria condizionata, i
panini, il silenzio
dell’abitacolo, perché né io
né Pino parliamo in viaggio,
a me piace il silenzio,
immagino anche a lui, o
forse semplicemente non ha
nulla da dire. O ancora
forse teme di scatenare mie
reazioni così preferisce
tacere.
A me invece piace proprio il
silenzio in viaggio. Mi
piace stare in compagnia in
silenzio. Credo sia una
dimensione di doppio
giovamento, sai che per
qualsiasi cosa c’è una
persona amica con te, e al
tempo stesso godi dei tuoi
pensieri in libertà senza
per forza prendere direzioni
limitanti. Ho sempre notato
che ciò che posso pensare in
silenzio è sempre meglio di
ciò che posso dire parlando.
E ancora, lo so che è
presuntuoso e narcisistico,
che ciò che posso pensare da
sola in silenzio è meglio di
cosa posso ascoltare –in
genere – dagli altri.
Pino non sopporta la fila.
Dopo 10 minuti, comincia ad
assumere un’espressione di
puro avvilimento, dopo 15
minuti, comincia a chiedere
cibo. Oggi non eravamo
neanche a Piacenza e aveva
fatto fuori già tutti i
panini (e sì che io abbondo
sapendolo), poi ha
proseguito con i tre
pacchettini di biscotti che
avevo preso per la nonna
Pina, e quando non ha avuto
più nulla da fare, si è
infilato nel primo autogrill
dicendo che gli scappava la
pipì. Cosa? Sarebbe la prima
volta. In trent’anni che
facciamo questi viaggi è la
prima volta che si ferma
dicendo che gli scappa. Di
solito scappa a me, e lui
non si vuole fermare, “ma
come? proprio ora che
finalmente si va, e perché
hai continuato a bere, e non
la potevi fare prima di
partire”, ecc. Ma il must
era la fatidica frase “ci
fermiamo al prossimo AGIP,
perché lì ho la tessera e
così approfitto per fare il
pieno e guadagno punti”. (su
come mio marito si lasci
adescare da queste forme di
risparmio, o, come lui
sostiene di guadagno, potrei
scrivere un libro). Peccato
che il prossimo AGIP è ogni
volta a 60 KM, peccato che
lo hai detto mentre
stavamo proprio passando
davanti all’ultimo,
oppure, “ma ho visto che
ti eri appisolata e così ho
tirato diritto”, e via
di seguito, fino a ridurmi
che scendo dalla macchina
con le gambe strette e la
vescica che urla.
Sosta di rito all’autlet.
Rapido giro dei negozi,
sempre i soliti che ormai
sappiamo potrebbero avere
cose di nostro interesse,
caffè, pipì, sigaretta e via
si riparte.
Una tirata fino al raccordo
anulare, prendiamo per
andare da Nina a Nettuno,
subito prima altra sosta di
rito all’autlet. Anche qui
in tre quarti d’ora
rastrelliamo i negozi che
già sappiamo e via da Nina.
Accoglienza festosa è dir
poco. Le accoglienze della
famiglia Landi, ovunque si
trovino, Vituro, Nettuno,
sono sempre così: “ammuinate”.
Di solito la casa è già
piena di gente radunata per
il nostro arrivo, o si
riempie subito dopo. Hanno
l’abitudine di venire tutti
a salutare, di parlare
contemporaneamente, di
tenere in piedi ragionamenti
con noi, con altri eventuali
ospiti o visite, di
cominciare ad apparecchiare
tavole con pentole sul fuoco
già quasi pronte e tutto si
compone poi andando a tavola.
Si fermano tutti a mangiare
e se i posti non bastano,
nessun problema, quelli di
famiglia, mangiano in piedi
col piatto in mano, ma
continuando a parlare, a
stare in mezzo, a godere
della confusione generale.
Poi a una certa ora, quasi a
un segnale convenuto,
sciamano via, come un nugolo
di rondini festanti e
restiamo noi con Nina.
Questa volta, a nettuno,
oltre a Celeste, marito,
figli, ospite amico del
figlio, c’erano anche Rocco,
Ilenia e la bambina, ma dopo
cena si sono ritirati al
piano di sopra, Pino è
andato a dormire e siamo
rimaste come al solito io e
Nina in cucina a fumare e
parlare come ai vecchi
tempi. Nina vorrebbe farmi
il riassunto delle puntate
precedenti. Ma non ce la fa,
troppe cose succedono ogni
giorno e lei patisce di non
mettermi a parte di ogni
minuzia della sua vita e
soprattutto delle vite dei
suoi amici e parenti.
Facciamo una selezione,
parliamo questa volta dei
reciproci acciacchi e poi di
Milena, del fatto che si è
offesa e ha rotto ogni
rapporto con Nina, cose da
pazzi! Si telefonavano ogni
mattina da più di vent’anni,
si facevano compagnia, sia
pure per telefono, dividendo
ogni cosa della giornata e
della vita. (Nina usa molto
il telefono come strumento
di “vicinanza e di
condivisione”, praticamente
quando è in casa lei fa
tutto con il telefono
attaccato all’orecchio, io
invece non sono abituata,
anzi mi dà imbarazzo, dopo
un po’ voglio concludere.
Per me il telefono ha
conservato la funzione di
comunicazione breve e veloce,
dovuta- forse- al fatto che
all’inizio le telefonate si
pagavano.)
Che dire? Milena si comporta
da sciocca, come Celeste
d'altronde, fanno le offese
e mantengono le posizioni. E
così facendo perdono.
Perdono in affetto,
compagnia, vicinanza. E non
è da sciocchi? A quest’epoca
della vita, quando i giochi
ormai sono fatti, le
occasioni di nuove amicizie,
di aperture affascinanti, di
inizi di nuove storie, vanno
sempre più scomparendo.
Quando più che mai è tempo
di “ritiro nel bosco”, di
recintare gli affetti e
tenerli dentro al sicuro,
sperando che la morte non te
li strappi. Ma loro a questo
non pensano.
2 Giugno, a Fiori.
Pomeriggio di pioggia. Pino
di sopra a leggere, e io qui
nella mia solita postazione
in cucina a scrivere.
Veramente dovrei leggere le
lezioni di Bergamo sulla
normativa del regime
pattizio, ma, accidenti, il
rumore della pioggia e il
mare che guardo dalla
finestra mi portano altrove.
Di fronte, appena fuori
dalla finestra della cucina,
sul muretto dove d’estate ci
sediamo per mangiare a sera,
troneggia la bellissima
pianta che abbiamo invasato
questa mattina io e Doru, il
rumeno che ormai qui è di
casa, talmente di casa che
sta portando via ogni cosa
che incautamente lascio
davanti la porta e che lui
pensa possa essergli utile
in Romania, ma tant’è! Che
devo fare? Qualcosa la
recupero come l’innaffiatoio
che ho cercato tutto il
giorno e alla fine, quando
ha visto che non mollavo, è
ricomparso, o come le
piantine grasse, bellissime
e strane che mi ha dato Nina
e che lui aveva messo in una
borsa e se l’era già portate
nel deposito che usa per le
sue cose. Ho detto, no
Doriano, quelle dobbiamo
cercarle, ci tengo, ho
comprato apposta questo vaso
grande ieri a Palinuro,
prova a guardare, magari li
hai scambiati per spazzatura,
vai e trovali. Lui me le ha
riportate a malincuore, poi
stasera quando è venuta la
moglie, gliele ha mostrate
nel vaso e la moglie, con
aria di disappunto, ha detto:
che belle, poi quando vado
in Romania, posso prenderne
un po’? Ma sono sciocchezze,
qui non ci sono valori,
tranne i mille attrezzi da
lavoro che mio padre aveva
accantonato in una intera
vita (magari anche lui,
fregandole a destra e manca,
ma in campagna, un po’ si
usa questo prendere le cose
lasciate incustodite,
insomma, non è bello, ma non
è considerato furto vero e
proprio.)
Il fatto è che questo Doru è
proprio un buon contadino,
sa il fatto suo. E’ bravo in
tutto, sa fare i muri in
pietra e Dio sa se qui ce
n’era bisogno, chè stava
franando tutto. Certo mi
sono costati più della
muraglia cinese, ieri siamo
andati a pagare la fornitura
dell’ultimo mese di cemento,
sabbia e pietre, dai
fratelli Marrazzo, e le
quantità sembravano quelle
della costruzione di un
intero paese, ma che fare?
Dove lo trovo un altro che
sa lavorare la pietra così
bene? E poi mi sta mettendo
gli alberi da frutta, ne
capisce, sa fare gli innesti,
e, cosa importantissima, mi
ha rimesso in funzione la
vasca per l’irrigazione.
Ancora siamo solo al
risanamento della vasca, ma
se dio vuole per Luglio
dovrei avere tutto il
sistema di irrigazione. Che
in campagna, senza acqua,
sei perso.
Stamattina, tra un
acquazzone e l’altro sono
riuscita, aiutata da Doru e
da Pino, a invasare tutte le
piante che mi aveva dato
Nina, a raccogliere i limoni
da portarmi via, ma
soprattutto, sorpresa
graditissima, a raccogliere
le ciliegie.
Ho scoperto di avere queste
due piante di ciliegio. Ma
dove erano gli altri anni?
Perché non me ne ero mai
accorta? Può essere che
fossero coperte da
sterpaglie, o forse non mi
ero mai trovata di questi
tempi, fatto sta che mentre
facevo un giro, le ho viste,
con tutte le ciliegie belle
pronte che credevo a un
miraggio. Acqua o non acqua,
mi sono fiondata con cesto e
bastone a uncino, - me lo ha
fatto Doru, è un bastone con
la punta superiore a uncino
per avvicinare i rami e
all’altra estremità finisce
con una specie di trepiedi,
per puntare bene sul terreno
e non scivolare. Come non
tenersi quest’uomo? - Lui è
rimasto un attimo quando ha
visto che raccoglievo le (mie,
ma che lui considerava sue)
ciliegie, ma poi ha detto
vengo ad aiutarti a
raccoglierle, perché tu sei
la padrona, se vuoi le
ciliegie, prendi le ciliegie.
Come un libro aperto, logico.
Ne ho raccolte un cesto,
sono piccole, chiare, belle
sane e saporite.
Soddisfazione enorme. Ne ho
portate un po’ a mia madre,
e il resto le porterò a
Pietro, che quando glielo ho
detto per telefono, non ci
poteva credere.
Di pomeriggio, sempre tra un
acquazzone e un altro
abbiamo fatto un blitz nel
giardino dietro casa di
mamma a raccogliere nespole
e gelse. Mi sono fatta una
mangiata di gelse, belle
mature e dolcissime. Erano
forse trent’anni che non
succedeva. Gioia pura. Le
nespole invece non sono un
granché, hanno quella zona
nera, fastidiosa perchè non
la puoi mettere in bocca
senza guardarla, ma devi
dare un piccolo morso e
scartare il nero. Insomma
non te ne vedi bene. Le
scorpacciate hanno le loro
regole: devi buttarle in
bocca una dietro l’altra
velocemente così hai la
sensazione di “abbuffata”.
Quando siamo venuti a Pasqua
ho comprato, tra le altre
piante, anche un nespolo,
speriamo che prenda e che
siano buone; mi piace
mangiarle sotto l’albero. Da
piccola era un classico, si
andava sotto il nespolo e si
mangiavano a iosa, fino a
farsi venire il mal di
pancia. I grandi salivano
sui rami, mentre noi piccoli
ci accontentavamo dei rami
più bassi o di prenderle dal
paniere che comunque andava
riempiendosi, nonostante i
grandi mettessero tre in
bocca e due nel paniere.
Ricordo una volta a Marina
Campagna da zia Franca, Dino
e Sebastiano, i miei due
cugini più grandi, dissero,
dai vieni che andiamo a
magiare le nespole. Loro due
salirono sulla pianta, io
ero piccola e non mi era
consentito, loro mangiavano
a quattro palmenti e a me
arrivavano in testa solo i
noccioli che loro sputavano.
Ricordo che ci ero rimasta
malissimo e ho tenuto il
broncio per tutta la sera.
Poi ho imparato a salire
sull’albero anch’io ed è
stata la libertà.
Viaggio di ritorno. Ieri
sera mamma sembrava più
serena, era quasi allegra,
ci siamo fatti una grande
risata quando al telefono
con Tonino ha detto “tanti
saluti a Bira” (invece che
Ira), poi aveva ripreso il
controllo sulle cose che mi
doveva raccomandare di far
fare a Fiori. Adesso, dopo
che per accontentarla ho
fatto fare tutti i muri
possibili e immaginabili, e
la cunetta, che mi
raccomanda sempre di far
pulire, è splendente che ci
puoi mangiare, ieri sera ha
decretato che devo far
tagliare degli alberi, nel
pezzo di terra che ho appena
comprato da Tonino, che
secondo lei sono nati
spontanei, non servono a
niente, tolgono aria, sole e
sostanza agli ulivi. Sarà
fatto mammina. Qualsiasi
cosa per vederti contenta,
per una risata, un sorriso
di allegria.
In macchina ormai da 4 ore,
ma già con le tre soste
rituali effettuate. La prima
per prendere le mozzarelle.
Questa volta non da
“Chirico” a Marina d’Ascea;
ho deciso di provare altri
caseifici, più avanti, anche
perché ho fatto questo
ragionamento, magari se
aspetto a prenderle più
avanti, ho più probabilità
che siano arrivate quelle
fatte stamattina presto,
invece se le prendo presto,
mi potrebbero dare quelle di
ieri sera. Insomma ci siamo
fermati poco prima di
Battipaglia (risaputa zona
di bufale), a Capaccio (quando
Pietro era piccolo voleva
comprare un pupazzo gigante
–Diddl – e non so dove aveva
letto che lo vendevano a
Capaccio e ogni volta che
passavamo da questo paese
erano insistenze estenuanti
–che Pietro quando ci dà, ci
dà- e io impassibile ogni
volta rispondevo, non
possiamo fermarci a Capaccio,
che lì “vai buono e tuorni
paccio”. Come si arrabbiava!
Ora ci ride.), insomma a
Capaccio c’è questo
simpatico negozietto che
vende la bufalina prodotta
dal caseificio “la perla del
Cilento”, e fa anche da
alimentari, noi infatti ci
siamo fermati attirati dalla
vetrina sulla strada nella
quale erano esposte pagnotte
di pane da- credo quattro
cinque chili- mostruose
insomma. E abbiamo chiesto
di farci dei panini che non
ne posso più di
“rustichella” e di “capri”
degli autogrill. Ovviamente
con la mozzarella fresca, e
mentre la metteva nei panini
ci siamo messi a
chiacchierare, e ci ha fatto
assaggiare un pezzo che era
troppo da mettere nei panini,
era buonissimo e così
abbiamo preso lì anche i Kg
di mozzarella che dovevamo
prendere. Signore simpatico,
mi ricorda papà, lo stesso
modo di stare dietro al
banco, riuscirebbe a
venderti anche i muri del
negozio.
Seconda tappa dal Nobile,
pasticceria all’ingresso di
Battipaglia. Saranno più di
dieci anni che prima di
imboccare l’autostrada ci
fermiamo a bere il caffè e a
mangiare le sue briosche con
la crema chantilly, ma oggi
mi ha deluso. Il cappuccino
era annacquato, - odio i
cappuccini annacquati – e
anche la briosche non era
eccezionale come al solito.
Delusione. Mi innervosisco
quando aspetto a fare
colazione per arrivare in un
posto dove credo che sarà
buona e poi non lo è. E’
come se fossi stata
deprivata di qualcosa che mi
spettava.
Terza tappa: Baronissi. Nina
dispone anche da lontano. Ad
accoglierci c’era Rita e
Graziuccia, la macchinetta
del caffè già carica e come
hanno sentito la macchina
hanno acceso il fuoco.
Graziuccia aveva procurato
delle uova fresche da darmi,
e siccome erano dieci e non
dodici, dunque c’era posto
nei due contenitori da sei,
è andata come un furetto
veloce veloce nella stalla
delle galline a prenderne
due da sotto il sedere,
quasi ancora non avevano
finito di farle, erano calde
calde. E Rita ha fatto la
stessa cosa con le zucchine,
è andata nel campo, mentre
io parlavo un momento con
Grazia ed è tornata con una
cassa di zucchine piene di
terra, fresche e tenere che
ti viene voglia di mangiarle
crude. Che donne! Sembrano
due fatine, piccole,
paffutelle, veloci e
ciarliere, che non capisco
una parola di ciò che dicono
quando parlano tra loro
specialmente, ma tutto ciò
che toccano si trasforma in
cose buone da farmi portar
via.
Viaggio lungo e assolato.
Fino a ieri a Pisciotta,
pioggia e frescolino. Ora
sole e caldo. Si sente che
gli anni passano, mi
stancano questi viaggi
lunghi, e – cosa strana –
non solo a me, ma anche Pino
- incrollabile fino allo
scorso anno- comincia a dare
segni di cedimento. Dovremo
trovare delle alternative.
… ma questa
è un’altra storia.
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