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Pisciotta  30 maggio 2009 

 
 
 

Pensieri in libertà durante una “scappata” a Pisciotta  

Cronistoria del viaggio a Pisciotta

Siamo in autostrada io e Pino, nel tratto appenninico. La giornata è bella, tersa. Siamo nella zona del Mugello, qui l’autostrada passa in alto e dal finestrino della nostra Renault Espace (alta pure lei) si vedono montagne piene di ginestre e sotto le vallate con paesini che sembrano dipinti. Lo sguardo si riposa. Incontriamo boschi di abeti e altri alberi fitti con la chioma larga e maestosa che non so come si chiamano. E’ un magic moment: si va. Miracolo, proprio su questo tratto che di solito si va a passo d’uomo e ci vogliono ore per attraversarlo. E’che “abbiamo già dato” ci abbiamo messo Como- Bologna 5 ore invece delle solite due. Pino esasperato. E sì che ce lo dovevamo immaginare: ponte del 2 giugno, più ascensione, cioè festa in Svizzera e Germania, e quindi ponte lungo. Il primo di questa estate che si preannuncia caldissima (mai un maggio con 33° come questo) e allora tutti al mare, e noi in mezzo a fare la fila.

A me non dispiacciono questi attraversamenti dell’Italia in macchina, neanche i rallentamenti, abbiamo l’aria condizionata, i panini, il silenzio dell’abitacolo, perché né io né Pino parliamo in viaggio, a me piace il silenzio, immagino anche a lui, o forse semplicemente non ha nulla da dire. O ancora forse teme di scatenare mie reazioni così preferisce tacere.

A me invece piace proprio il silenzio in viaggio. Mi piace stare in compagnia in silenzio. Credo sia una dimensione di doppio giovamento, sai che per qualsiasi cosa c’è una persona amica con te, e al tempo stesso godi dei tuoi pensieri in libertà senza per forza prendere direzioni limitanti. Ho sempre notato che ciò che posso pensare in silenzio è sempre meglio di ciò che posso dire parlando. E ancora, lo so che è presuntuoso e narcisistico, che ciò che posso pensare da sola in silenzio è meglio di cosa posso ascoltare –in genere – dagli altri.

Pino non sopporta la fila. Dopo 10 minuti, comincia ad assumere un’espressione di puro avvilimento, dopo 15 minuti, comincia a chiedere cibo. Oggi non eravamo neanche a Piacenza e aveva fatto fuori già tutti i panini (e sì che io abbondo sapendolo), poi ha proseguito con i tre pacchettini di biscotti che avevo preso per la nonna Pina, e quando non ha avuto più nulla da fare, si è infilato nel primo autogrill dicendo che gli scappava la pipì. Cosa? Sarebbe la prima volta. In trent’anni che facciamo questi viaggi è la prima volta che si ferma dicendo che gli scappa. Di solito scappa a me, e lui non si vuole fermare, “ma come? proprio ora che finalmente si va, e perché hai continuato a bere, e non la potevi fare prima di partire”, ecc. Ma il must era la fatidica frase “ci fermiamo al prossimo AGIP, perché lì ho la tessera e così approfitto per fare il pieno e guadagno punti”. (su come mio marito si lasci adescare da queste forme di risparmio, o, come lui sostiene di guadagno, potrei scrivere un libro). Peccato che il prossimo AGIP è ogni volta a 60 KM, peccato che lo hai detto mentre stavamo proprio passando davanti all’ultimo, oppure, “ma ho visto che ti eri appisolata e così ho tirato diritto”, e via di seguito, fino a ridurmi che scendo dalla macchina con le gambe strette e la vescica che urla.

Sosta di rito all’autlet. Rapido giro dei negozi, sempre i soliti che ormai sappiamo potrebbero avere cose di nostro interesse, caffè, pipì, sigaretta e via si riparte.

Una tirata fino al raccordo anulare, prendiamo per andare da Nina a Nettuno, subito prima altra sosta di rito all’autlet. Anche qui in tre quarti d’ora rastrelliamo i negozi che già sappiamo e via da Nina.

Accoglienza festosa è dir poco. Le accoglienze della famiglia Landi, ovunque si trovino, Vituro, Nettuno, sono sempre così: “ammuinate”. Di solito la casa è già piena di gente radunata per il nostro arrivo, o si riempie subito dopo. Hanno l’abitudine di venire tutti a salutare, di parlare contemporaneamente, di tenere in piedi ragionamenti con noi, con altri eventuali ospiti o visite, di cominciare ad apparecchiare tavole con pentole sul fuoco già quasi pronte e tutto si compone poi andando a tavola. Si fermano tutti a mangiare e se i posti non bastano, nessun problema, quelli di famiglia, mangiano in piedi col piatto in mano, ma continuando a parlare, a stare in mezzo, a godere della confusione generale.

Poi a una certa ora, quasi a un segnale convenuto, sciamano via, come un nugolo di rondini festanti e restiamo noi con Nina. Questa volta, a nettuno, oltre a Celeste, marito, figli, ospite amico del figlio, c’erano anche Rocco, Ilenia e la bambina, ma dopo cena si sono ritirati al piano di sopra, Pino è andato a dormire e siamo rimaste come al solito io e Nina in cucina a fumare e parlare come ai vecchi tempi. Nina vorrebbe farmi il riassunto delle puntate precedenti. Ma non ce la fa, troppe cose succedono ogni giorno e lei patisce di non mettermi a parte di ogni minuzia della sua vita e soprattutto delle vite dei suoi amici e parenti. Facciamo una selezione, parliamo questa volta dei reciproci acciacchi e poi di Milena, del fatto che si è offesa e ha rotto ogni rapporto con Nina, cose da pazzi! Si telefonavano ogni mattina da più di vent’anni, si facevano compagnia, sia pure per telefono, dividendo ogni cosa della giornata e della vita. (Nina usa molto il telefono come strumento di “vicinanza e di condivisione”, praticamente quando è in casa lei fa tutto con il telefono attaccato all’orecchio, io invece non sono abituata, anzi mi dà imbarazzo, dopo un po’ voglio concludere. Per me il telefono ha conservato la funzione di comunicazione breve e veloce, dovuta- forse- al fatto che all’inizio le telefonate si pagavano.)

Che dire? Milena si comporta da sciocca, come Celeste d'altronde, fanno le offese e mantengono le posizioni. E così facendo perdono. Perdono in affetto, compagnia, vicinanza. E non è da sciocchi? A quest’epoca della vita, quando i giochi ormai sono fatti, le occasioni di nuove amicizie, di aperture affascinanti, di inizi di nuove storie, vanno sempre più scomparendo. Quando più che mai è tempo di “ritiro nel bosco”, di recintare gli affetti e tenerli dentro al sicuro, sperando che la morte non te li strappi. Ma loro a questo non pensano.

2 Giugno, a Fiori. Pomeriggio di pioggia. Pino di sopra a leggere, e io qui nella mia solita postazione in cucina a scrivere. Veramente dovrei leggere le lezioni di Bergamo sulla normativa del regime pattizio, ma, accidenti, il rumore della pioggia e il mare che guardo dalla finestra mi portano altrove. Di fronte, appena fuori dalla finestra della cucina, sul muretto dove d’estate ci sediamo per mangiare a sera, troneggia la bellissima pianta che abbiamo invasato questa mattina io e Doru, il rumeno che ormai qui è di casa, talmente di casa che sta portando via ogni cosa che incautamente lascio davanti la porta e che lui pensa possa essergli utile in Romania, ma tant’è! Che devo fare? Qualcosa la recupero come l’innaffiatoio che ho cercato tutto il giorno e alla fine, quando ha visto che non mollavo, è ricomparso, o come le piantine grasse, bellissime e strane che mi ha dato Nina e che lui aveva messo in una borsa e se l’era già portate nel deposito che usa per le sue cose. Ho detto, no Doriano, quelle dobbiamo cercarle, ci tengo, ho comprato apposta questo vaso grande ieri a Palinuro, prova a guardare, magari li hai scambiati per spazzatura, vai e trovali. Lui me le ha riportate a malincuore, poi stasera quando è venuta la moglie, gliele ha mostrate nel vaso e la moglie, con aria di disappunto, ha detto: che belle, poi quando vado in Romania, posso prenderne un po’? Ma sono sciocchezze, qui non ci sono valori, tranne i mille attrezzi da lavoro che mio padre aveva accantonato in una intera vita (magari anche lui, fregandole a destra e manca, ma in campagna, un po’ si usa questo prendere le cose lasciate incustodite, insomma, non è bello, ma non è considerato furto vero e proprio.)

Il fatto è che questo Doru è proprio un buon contadino, sa il fatto suo. E’ bravo in tutto, sa fare i muri in pietra e Dio sa se qui ce n’era bisogno, chè stava franando tutto. Certo mi sono costati più della muraglia cinese, ieri siamo andati a pagare la fornitura dell’ultimo mese di cemento, sabbia e pietre, dai fratelli Marrazzo, e le quantità sembravano quelle della costruzione di un intero paese, ma che fare? Dove lo trovo un altro che sa lavorare la pietra così bene? E poi mi sta mettendo gli alberi da frutta, ne capisce, sa fare gli innesti, e, cosa importantissima, mi ha rimesso in funzione la vasca per l’irrigazione. Ancora siamo solo al risanamento della vasca, ma se dio vuole per Luglio dovrei avere tutto il sistema di irrigazione. Che in campagna, senza acqua, sei perso.

Stamattina, tra un acquazzone e l’altro sono riuscita, aiutata da Doru e da Pino, a invasare tutte le piante che mi aveva dato Nina, a raccogliere i limoni da portarmi via, ma soprattutto, sorpresa graditissima, a raccogliere le ciliegie.

Ho scoperto di avere queste due piante di ciliegio. Ma dove erano gli altri anni? Perché non me ne ero mai accorta? Può essere che fossero coperte da sterpaglie, o forse non mi ero mai trovata di questi tempi, fatto sta che mentre facevo un giro, le ho viste, con tutte le ciliegie belle pronte che credevo a un miraggio. Acqua o non acqua, mi sono fiondata con cesto e bastone a uncino, - me lo ha fatto Doru, è un bastone con la punta superiore a uncino per avvicinare i rami e all’altra estremità finisce con una specie di trepiedi, per puntare bene sul terreno e non scivolare. Come non tenersi quest’uomo? - Lui è rimasto un attimo quando ha visto che raccoglievo le (mie, ma che lui considerava sue) ciliegie, ma poi ha detto vengo ad aiutarti a raccoglierle, perché tu sei la padrona, se vuoi le ciliegie, prendi le ciliegie. Come un libro aperto, logico. Ne ho raccolte un cesto, sono piccole, chiare, belle sane e saporite. Soddisfazione enorme. Ne ho portate un po’ a mia madre, e il resto le porterò a Pietro, che quando glielo ho detto per telefono, non ci poteva credere.

Di pomeriggio, sempre tra un acquazzone e un altro abbiamo fatto un blitz nel giardino dietro casa di mamma a raccogliere nespole e gelse. Mi sono fatta una mangiata di gelse, belle mature e dolcissime. Erano forse trent’anni che non succedeva. Gioia pura. Le nespole invece non sono un granché, hanno quella zona nera, fastidiosa perchè non la puoi mettere in bocca senza guardarla, ma devi dare un piccolo morso e scartare il nero. Insomma non te ne vedi bene. Le scorpacciate hanno le loro regole: devi buttarle in bocca una dietro l’altra velocemente così hai la sensazione di “abbuffata”.

Quando siamo venuti a Pasqua ho comprato, tra le altre piante, anche un nespolo, speriamo che prenda e che siano buone; mi piace mangiarle sotto l’albero. Da piccola era un classico, si andava sotto il nespolo e si mangiavano a iosa, fino a farsi venire il mal di pancia. I grandi salivano sui rami, mentre noi piccoli ci accontentavamo dei rami più bassi o di prenderle dal paniere che comunque andava riempiendosi, nonostante i grandi mettessero tre in bocca e due nel paniere. Ricordo una volta a Marina Campagna da zia Franca, Dino e Sebastiano, i miei due cugini più grandi, dissero, dai vieni che andiamo a magiare le nespole. Loro due salirono sulla pianta, io ero piccola e non mi era consentito, loro mangiavano a quattro palmenti e a me arrivavano in testa solo i noccioli che loro sputavano. Ricordo che ci ero rimasta malissimo e ho tenuto il broncio per tutta la sera. Poi ho imparato a salire sull’albero anch’io ed è stata la libertà.

Viaggio di ritorno. Ieri sera mamma sembrava più serena, era quasi allegra, ci siamo fatti una grande risata quando al telefono con Tonino ha detto “tanti saluti a Bira” (invece che Ira), poi aveva ripreso il controllo sulle cose che mi doveva raccomandare di far fare a Fiori. Adesso, dopo che per accontentarla ho fatto fare tutti i muri possibili e immaginabili, e la cunetta, che mi raccomanda sempre di far pulire, è splendente che ci puoi mangiare, ieri sera ha decretato che devo far tagliare degli alberi, nel pezzo di terra che ho appena comprato da Tonino, che secondo lei sono nati spontanei, non servono a niente, tolgono aria, sole e sostanza agli ulivi. Sarà fatto mammina. Qualsiasi cosa per vederti contenta, per una risata, un sorriso di allegria.

In macchina ormai da 4 ore, ma già con le tre soste rituali effettuate. La prima per prendere le mozzarelle. Questa volta non da “Chirico” a Marina d’Ascea; ho deciso di provare altri caseifici, più avanti, anche perché ho fatto questo ragionamento, magari se aspetto a prenderle più avanti, ho più probabilità che siano arrivate quelle fatte stamattina presto, invece se le prendo presto, mi potrebbero dare quelle di ieri sera. Insomma ci siamo fermati poco prima di Battipaglia (risaputa zona di bufale), a Capaccio (quando Pietro era piccolo voleva comprare un pupazzo gigante –Diddl – e non so dove aveva letto che lo vendevano a Capaccio e ogni volta che passavamo da questo paese erano insistenze estenuanti –che Pietro quando ci dà, ci dà- e io impassibile ogni volta rispondevo, non possiamo fermarci a Capaccio, che lì “vai buono e tuorni paccio”. Come si arrabbiava! Ora ci ride.), insomma a Capaccio c’è questo simpatico negozietto che vende la bufalina prodotta dal caseificio “la perla del Cilento”, e fa anche da alimentari, noi infatti ci siamo fermati attirati dalla vetrina sulla strada nella quale erano esposte pagnotte di pane da- credo quattro cinque chili- mostruose insomma. E abbiamo chiesto di farci dei panini che non ne posso più di “rustichella” e di “capri” degli autogrill. Ovviamente con la mozzarella fresca, e mentre la metteva nei panini ci siamo messi a chiacchierare, e ci ha fatto assaggiare un pezzo che era troppo da mettere nei panini, era buonissimo e così abbiamo preso lì anche i Kg di mozzarella che dovevamo prendere. Signore simpatico, mi ricorda papà, lo stesso modo di stare dietro al banco, riuscirebbe a venderti anche i muri del negozio.

Seconda tappa dal Nobile, pasticceria all’ingresso di Battipaglia. Saranno più di dieci anni che prima di imboccare l’autostrada ci fermiamo a bere il caffè e a mangiare le sue briosche con la crema chantilly, ma oggi mi ha deluso. Il cappuccino era annacquato, - odio i cappuccini annacquati – e anche la briosche non era eccezionale come al solito. Delusione. Mi innervosisco quando aspetto a fare colazione per arrivare in un posto dove credo che sarà buona e poi non lo è. E’ come se fossi stata deprivata di qualcosa che mi spettava.

Terza tappa: Baronissi. Nina dispone anche da lontano. Ad accoglierci c’era Rita e Graziuccia, la macchinetta del caffè già carica e come hanno sentito la macchina hanno acceso il fuoco. Graziuccia aveva procurato delle uova fresche da darmi, e siccome erano dieci e non dodici, dunque c’era posto nei due contenitori da sei, è andata come un furetto veloce veloce nella stalla delle galline a prenderne due da sotto il sedere, quasi ancora non avevano finito di farle, erano calde calde. E Rita ha fatto la stessa cosa con le zucchine, è andata nel campo, mentre io parlavo un momento con Grazia ed è tornata con una cassa di zucchine piene di terra, fresche e tenere che ti viene voglia di mangiarle crude. Che donne! Sembrano due fatine, piccole, paffutelle, veloci e ciarliere, che non capisco una parola di ciò che dicono quando parlano tra loro specialmente, ma tutto ciò che toccano si trasforma in cose buone da farmi portar via.

Viaggio lungo e assolato. Fino a ieri a Pisciotta, pioggia e frescolino. Ora sole e caldo. Si sente che gli anni passano, mi stancano questi viaggi lunghi, e – cosa strana – non solo a me, ma anche Pino - incrollabile fino allo scorso anno- comincia a dare segni di cedimento. Dovremo trovare delle alternative.

… ma questa è un’altra storia.

 

 
   
 
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