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Pensieri in libertà
durante una “scappata”
a
Pisciotta
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Pisciotta 8 marzo 2009
Sono qui nella casa di fiori,
al freddo, nonostante fuori
ci sia un bel cielo terso e
il sole che, se non fosse
ventoso, sarebbe caldo. La
casa è gelata. Casa vuota
con finestre e porte che
sono state aperte durante
questo inverno piovoso e
gelido per i muratori che
sono andati e venuti e hanno
pure rotto il vetro della
finestra del bagno (un
giorno che c’era un
ventaccio). Adesso siamo
quasi alla fine dei lavori
interni. Abbiamo cambiato la
cucina, rifatto il
rivestimento, messo un
termosifone nuovo (ma ancora
non in funzione, perciò sono
qui che scrivo con un pile e
una coperta sulle ginocchia
e i guanti). Perché sto qui
al freddo? Perché voglio
guardarmela in pace questa
nuova cucina e vedere se ho
fatto bene a prenderla così,
a spendere tutti questi
soldi che forse non ne
valeva la pena, potevo
spendere molto meno, ma ho
voluto una Scavolini,
illudendomi di comprare
qualità, per non impazzire
con rotture e mal
funzionamenti. E ora prima
che venga il resto della
famiglia a dire la sua, mi
piace, non mi piace, voglio
vedere io se mi piace. Sono
seduta qui a guardamela e so
che tra qualche mese già non
la vedrò più, nel senso che
poi non ci si fa più caso.
E’ lì, sullo sfondo e te la
dimentichi. Conterà solo se
funziona, se è comoda, ma
non vedi più se è bella o
no.
Beh! E’ bella. Nulla di
eccezionale, non la cucina
dei miei sogni (se mai
sognassi una cucina), ma
direi che mi piace. E’ calda,
raccolta e soprattutto
diversa da quella della casa
di Como. Non volevo un
doppione, volevo una cucina
diversa che mi desse
sensazioni diverse. Adesso
c’è un vecchio tavolo, ma
prima di Pasqua dovrebbe
arrivare il nuovo con le sei
sedie uguali, dello stesso
modello della cucina, -modello
giuditta- direbbe Pietro, no
è modello vecchio stile,
stile cucina della nonna.
Veramente non avevo
intenzione di cambiare il
tavolo e le sedie, ma mi
sono dimenticata di dirlo
agli operai che hanno
smontato e portato via la
vecchia cucina e così quando
sono tornata una delle
ultime volte ho visto che
avevano buttato via tutto,
ma proprio tutto. Meno male
che avevo salvato il frigo
che è nuovo di questa estate
e che avevo comprato in
previsione della nuova
cucina. Va beh! Non è una
perdita, in fondo era
vecchio e le sedie erano
tutte sberciate. L’unica
cosa buona era che il tavolo
era enorme, ci abbiamo fatto
tante di quelle tavolate,
impastato tante di quelle
pizze e fusilli e le sedie
erano leggere e comode.
Adesso ho comprato le nuove
scegliendo da un catalogo,
in dieci minuti, speriamo
che non siamo pesantissime
come quelle a casa della
nonna Pina e che il tavolo
sia abbastanza grande da
contenerci tutti comodamente.
Vedremo. In fondo è solo un
tavolo (anche se costa un
occhio della testa).
Questa casa è bella. Fuori
ho fatto mettere una fontana
e ho fatto rifare il
cancello d’ingresso. Adesso
è un ingresso importante,
volendo, se abitassi qui,
potrei farlo ancora più
bello con fiori e piante. Ma
per ora ci sono solo piante
grasse e un cespuglio di
rosmarino. Cose che stanno
da sole senza bisogno di
cure. C’è questo semprevivum
che è bellissimo e fa tutto
lui. Ogni estate ne prendo
un pezzo, lo metto in un
altro vaso e l’estate dopo
ecco un’altra bella pianta.
Ha la forma di un enorme
fiore, ma è una pianta
grassa e si moltiplica in
cento altri fiori. C’era
pure una bucanville viola,
ma l’hanno tagliata per
rifare il cancello, chissà
se ricresce.
Uscirei fuori a guardare, ma
ci sono i rumeni che fanno i
muri e non voglio che mi
mandino qui la bambina.
Voglio starmene ancora un po’
da sola. Sono qui intorno
tutta la famiglia a lavorare
come dannati. Fanno muri,
chè questa collina è franosa
e da quando papà non veniva
più a lavorare qui, ad ogni
inverno vengono giù come
ricotta. Così è da settembre
che fanno muri di
contenimento, anche se
Franco Infante dice che non
contengono affatto, che sono
muri di rivestimento e che
ci vorrebbe ben altro per
mettere in sicurezza la
collina. Ci vorrebbe un
macchinario alto dieci –
quindici metri che mette
pali nel terreno per
fermarlo, ma il costo
sarebbe così alto che
conviene vendere e andarsi a
comprare un’altra casa in
un’altra zona. Fa presto a
parlare lui. E’ buono solo a
dire cosa non serve o cosa
non va. Ma a rimediare non è
buono. In tutti questi anni
mi ha fatto solo spendere
soldi a palate per
interventi riparatori che
non riparano nulla.
L’umidità ci mangia e ogni
volta, proviamo questo,
proviamo quello, ma siamo
sempre punto e a capo. Che
mi chiedo perché quando ha
fatto il progetto di questa
casa non ha previsto il
drenaggio, l’incanalamento
delle acque che scendono
dalla collina e entrano nei
muri. Così adesso facciamo a
modo mio, non voglio sentire
nessuno. Ho chiamato questo
muratore, tal Pietro Greco
che ha lavorato dieci anni a
Brescia e sembra aver
compreso cosa voglio ed è
qui che sta cercando di
risolvere il problema
dall’esterno. Deve coprire
il terrazzino davanti alla
camera da letto (e intanto
che ci siamo vedo di fare
una stanza in più, chè lo
spazio non basta mai con
tutti questi figli) e poi,
una cosa tira l’altra,
sapete com’è, quando sei in
ballo con i lavori, ti
vengono in mente mille altre
cose e finisce che rifai
tutto. Ma non mi dispiace,
anzi, al contrario di Pino
che non vorrebbe mai fare
lavori, io mi entusiasmo e
mi animo e provo piacere nel
pensare a migliorala questa
casa che mi piace tanto.
Anche se finora diciamo che
non me la sono goduta molto,
vuoi perché ci stiamo sempre
così poco, vuoi perché ogni
anno che veniamo c’è sempre
qualche problema nuovo,
qualcosa che non funziona e
passiamo le vacanze a
rincorrere operari per
risolvere, ma le soluzioni
non sono mai definitive.
Adesso mi sono messa
d’impegno a seguire i lavori
e sono qui ogni mese a
controllare.
A dire il vero è una
coincidenza questo mio
venire spesso. Il motivo
vero è che da quando è
mancato mio padre, proprio
oggi fanno tre mesi, io
cerco ogni scusa per correre
qui a fare un po’ di
compagnia a questa mammetta
che è rimasta sola ad
affrontare una cosa più
grande di lei, la morte,
senza averne i mezzi. Non
immaginavo che la morte di
mio padre mi avrebbe fatto
questo effetto e cioè farmi
attaccare così tanto a mia
madre. Non ho patito
particolarmente per la morte
di mio padre. Diciamo che mi
ero abituata a perderlo, da
quando ha smesso di venire
qui. Quando d’estate
alzandomi al mattino non ho
più trovato sul tavolo
davanti alla porta il cesto
con il raccolto di fichi,
prugne, melanzane, zucchine,
fagiolini, pomodori
profumati e gli immancabili
enormi fiori di zucca che
lui metteva come un
esplosivo festoso bouchet di
fiori al centro del tavolo.
Quante frittelle di fiori di
zucca hanno mangiato i miei
bambini. Tutti i giorni, al
ritorno dal bagno, mentre
loro facevano la doccia, io
facevo le frittelle, calde,
fragranti e deliziose e loro
gocciolanti, con
l’asciugamano intorno alla
vita, i piedi bagnati, lì a
rubarmeli dal piatto che non
si riempiva mai e mai
arrivavano in tavola. Tutti,
marito e io compresi, ce li
mangiavamo en passant, in
piedi, frienno, magnanno. E
quanta marmellata di fichi!
E fichi appena raccolti
mangiati a colazione; che
scorpacciate che ne faceva
Pino, che poi ha dovuto
imparare ad andare lui a
raccoglierli, quando papà ha
smesso di venire e i fichi
ancora lì a ricordare che la
natura fa il suo corso
incurante di chi c’è o non
c’è.
E’ cominciata quell’estate
che papà non veniva più a
Fiori per me la sua perdita.
Un’estate che non era più la
stessa. La sua presenza da
sempre scandiva le nostre
giornate a Fiori: i rumori
che faceva al mattino presto
e ci svegliava, me e Pino,
ma continuavamo a dormire
sapendo che era lui che
trafficava intorno a casa;
poi mentre noi preparavamo
la colazione fuori per i
ragazzi che non si alzavano
mai, lui che chiamava per
avere aiuto a portare su i
panieri di fichi e pomodori
e zucchini e prugne che si
andava a vendere da Tonino,
perché, diceva, tu che ne
fai? Sono troppi per una
famiglia sola. Poi lì,
stanco, che arrivava e si
sedeva sul muretto e
chiedeva un bicchiere di
acqua fresca intanto che
veniva su il caffè che Pino
gli aveva preparato. E poi
un altro bicchiere e un
altro ancora e i bambini che
andavano avanti e indietro
dal frigo con la sua
bottiglia personale piena di
acqua del rubinetto (rifiutava
rigorosamente quella
comprata, sostenendo che
aveva un brutto sapore). E
le storie che raccontava ai
miei figli, di quando era
soldato musicante e di tutti
gli scherzi che faceva a
tutti e di come riusciva a
sbarcare il lunario
inventando commerci di olio,
di cose che comprava (o
fregava) e rivendeva
guadagnandoci. Una volta
sempre militare, era
diventato amico di certi
contadini che avevano una
pianta di fichi e gli
avevano detto, prendine
quando vuoi, lui si alzava
presto al mattino, andava a
raccoglierne un cestino e lo
portava a vendere per la
mensa ufficiali; i fichi
erano buoni e gliene
commissionavano sempre di
più, così lui voleva
comprarsi la pianta di fichi,
ma la sua compagnia si
spostò e l’acquisto cadde.
E poi aspettava che io
avviassi il pranzo in cucina
e si informava cosa stessi
cucinando e diceva cosa
piaceva a lui e come mia
madre gli preparava questo e
quello. Apprezzava le cose
come gliele cucinava mia
madre e finiva che io gli
preparavo un pentolino
bollente da portare a casa
pronto per la mamma. Gli
piaceva soprattutto la torta
di fiori di zucca con
ricotta e uova e mozzarella,
acciughe e capperi, ma a
mamma non piaceva gran chè e
così non gliela davo spesso.
Questa ricetta l’avevamo
ricostruita insieme, perché
mi aveva raccontato che
quando io non ero a Fiori,
lui i fiori di zucca andava
a venderli alla trattoria
“Perbacco” di Marina
Campagna, di Vito Puglia, il
figlio del colonnello Puglia
buonanima, che è il
presidente provinciale della
“Slow –food” salernitana.
Ora, quelli di slow – food
sono dei buongustai e io ero
curiosa di sapere cosa ci
facevano con tutti quei
fiori di zucca, così una
volta che ho incontrato Vito
in piazza, glielo avevo
chiesto e lui mi ha detto di
questa torta salata, e degli
ingredienti che usavano.
Così io e papà ci siamo
messi e abbiamo provato a
farla, anche in base a
quello che lui si ricordava,
visto che gliela avevano
fatta assaggiare, ed era
davvero buona, delicata e
gradevole. Era contento
quando mi vedeva trafficare
in cucina e sentiva gli
odori che si spandevano
intorno. Soprattutto quando
facevo la “ciambotta”, con
tutte quelle verdure appena
colte che diffondevano un
profumo che si sentiva dalla
strada e mi raccontava
sempre la storia di quel
viandante che in tempi di
miseria e di fame era
arrivato in un paese e aveva
bussato a tante porte per
avere un po’ di cibo, ma
tutti dicevano di non avere
da mangiare neanche loro, e
dicevano, mi dispiace, ho
solo una cipolla, un altro
diceva, mi dispiace, ho solo
una mezza patata, chi una
carota, chi un gambo di
sedano, che da soli, non
servivano a sfamare nessuno.
Allora il viandante disse a
una donna, accendi un fuoco
in piazza e metti a bollire
dell’acqua in una grande
pentola e la donna così fece.
Poi andò nella case dove
aveva bussato prima e si
fece dare quel poco che
avevano, lo buttò nell’acqua
e man mano che le verdure
cominciavano a cuocere si
sentiva il profumo e la
gente usciva di casa e
quando capirono, ognuno
arrivò con quel che aveva in
casa e buttava nella pentola,
e a poco a poco tutto il
paese arrivò con qualcosa e
la pentola si riempì e ci fu
da mangiare per tutti (questo
racconto poi io l’ho usato
spesso negli incontri di
formazione per spiegare il
concetto di sinergia). I
miei figli facevano finta di
non conoscere questa storia
e lui era contento ogni
volta di raccontarla.
Gli piaceva anche fare la
marmellata di fichi o di
prugne. Si metteva lì con
noi sul tavolo davanti alla
porta a sbucciare fichi, e
io lo controllavo a vista
perché “arronzava” e metteva
dentro anche le bucce e
diceva, ma che fa, è buona
la stesso. E poi partiva col
suo furgoncino, accelerando
che sembrava un aereo e
partendo in prima e senza
mai scalare di marcia, senza
fermarsi allo stop, senza
dare precedenze e guidando
in mezzo alla strada che
ogni volta era un miracolo
se arrivava vivo. In paese
lo conoscevano e lo
scansavano; la mia paura era
ad agosto con tutto quel
traffico forestiero. Quando
c’erano i carabinieri al
bivio, e lo vedevano
arrivare, si giravano
dall’altra parte e
incrociavano le dita, perché,
dicevano a mio fratello
Tonino, se lo fermiamo,
dobbiamo solo arrestarlo;
era risaputo infatti che
guidava senza patente (chissà
dove era finita), senza
bollo, senza assicurazione,
(ma questa poi gliela
pagavamo noi e negli ultimi
anni, almeno questa, l’aveva).
Abbiamo tentato mille volte
di convincerlo a non usare
più il furgone, ma lui era
irremovibile; il mezzo gli
serviva perché oltre a
portare i panieri di frutta
che si andava a vendere,
quando passava su una strada
di campagna e trovava delle
pietre che gli sembravano
buone per i muri, si fermava
e caricava. Soprattutto dopo
i temporali, quando cadeva
qualche muro da qualche
parte, il proprietario non
faceva in tempo a
intervenite che già le
pietre erano scomparse; (e
se dopo il temporale non era
caduto nessun muro, qualche
colpetto glielo dava lui per
aiutare la caduta).
Questo ovviamente non me lo
diceva lui, che anzi quelle
pietre io le pagavo, ogni
quattro cinque camion di
pietre che ordinava alla
cava, sicuramente uno lui lo
aveva arraffato in giro, ma
mi diceva che lo aveva
comprato. Io pagavo senza
protestare per quei conti
che non finivano mai, ma
sapevo che lui “ricaricava”
per far uscire un tot che
voleva tenere per sé, senza
controllo della mamma.
Perché lo stipendio che io
gli passavo tutti mesi, lui
lo consegnava intero alla
mamma, tenendo solo i soldi
per la benzina. Così nelle
note spese che mi presentava,
comparivano sempre le stesse
voci: pietre, cemento,
sabbia, sementi, concime,
chiodi, carriola, anche se
quel mese non aveva fatto
muri e sempre la voce, “zappa”,
che se davvero le avesse
comprate, a quest’ora dovrei
avere un deposito di zappe.
Va be’. All’inizio mi
dispiaceva questo suo
mentirmi, ma poi ho capito
che era più forte di lui,
era nel suo DNA caricare un
tot su qualsiasi cosa
passasse dalle sue mani: non
era né imbroglio, né
menzogna, né cose da non
fare a una figlia, era
giusto così, si fa così, era
naturale, come mettersi in
bocca un fico, mentre li
raccogli per qualcuno, o
assaggiare una fetta di
prosciutto se qualcuno
portava un pezzo da tagliare
con la affettatrice al
negozio. Credo che neanche
si ponesse il problema. E
così poi ho accettato questo
essere spolpata
sistematicamente da un padre
affettuoso, che
autenticamente adorava me e
la mia famiglia e aveva
sempre per tutti noi sorrisi
e gesti amorosi. Ma qualcosa
dalla mia faccia a volte
trapelava, forse un po’ di
disappunto, deve essere
stato così, perché poi,
quando non è venuto più a
fiori, e ha cominciato a non
essere più “presente”, a
sragionare un po’, ha avuto
una specie di avversione per
me ed è stato arrabbiato per
un’intera estate. Io ne
morivo, e quando ho chiesto
ragione a Tonino, che in
quel periodo era il suo
cocco, mi ha detto: non
farci caso, si è fissato che
tu sei miliardaria e a lui
non dai che pochi spiccioli.
Ricordo di aver pianto un
intero viaggio da Pisciotta
a Como e ogni volta che
pensavo ai fiumi di affetto,
pazienza, rispetto e soldi
che gli avevo riversato in
tutti questi anni, mi veniva
un groppo alla gola e non
riuscivo a capacitarmene,
nonostante i miei figli mi
consolassero, dicendo mamma
ma come puoi dispiacerti per
una cosa che è frutto di
demenza senile, se fosse
lucido non penserebbe mai
una cosa del genere. Tutti
sappiamo come stanno le cose,
ma a me non bastava, so che
demenza a parte, le emozioni,
gli affetti vanno oltre e
resta o affiora ciò che uno
ha dentro, così mi è davvero
tanto dispiaciuto scoprire
che lui sentiva che io
sapevo che lui mi fregava e
questo gli aveva dato tanto
fastidio, non avrei dovuto
notarlo. Così cominciai a
dirgli addio. Fu doloroso.
Perché io ero stata la sua
beniamina, da sempre. Il suo
orgoglio, il suo riscatto,
la figlia che gli faceva
dire: si vede che è figlia a
me.
Da quando facevo le
elementari e la maestra
Gaetanina Ciacci andò severa
a riferirgli che io mi
facevo pagare dai compagni
per passare i compiti. Si
aspettava sgridate e
punizioni, invece mio padre
si illuminò e disse: ecco
mia figlia! E la sera a casa
si festeggiò la scoperta che
nelle mie vene scorreva il
sangue del commercio e non
avrei mai patito la miseria.
E poi era orgoglioso dei
miei successi scolastici, si
commuoveva e la voce gli si
strozzava in gola
dall’emozione quando
raccontava che, in terza
media era andato da lui il
preside in persona a dirgli:
Turibio, questa ragazzina
devi farla continuare negli
studi, sarebbe un delitto
fermarla. E così lui a costo
di indebitarsi, aveva
convinto mia madre che non
ne voleva sapere. Avevano
già mandato i primi due –
mia sorella e mio fratello-
a studiare a Salerno e non
ce la facevano più a pagare
la pensione e le tasse e poi
erano nati Tonino e Carmine,
mia madre cominciava ad
avere quarant’anni e dopo
sei figli, tre aborti,
malattie anche importanti (nefrite),
non ce la faceva più e aveva
bisogno di aiuto in casa,
avevano deciso che io non
sarei andata a studiare
fuori. Già per pagare le
rette alla signora che
ospitava in casa i miei
fratelli a Salerno, avevamo
dovuto prendere in casa dei
pensionanti. Prima una
guardia di finanza, Benito,
un ragazzotto di campagna,
spaesato e timoroso, che
ogni volta che vedeva mia
sorella Angela, bella come
un fiore, arrossiva fino
alla cima dei capelli. Lui
veniva all’ora di pranzo,
mia madre aveva cucinato e
lui mangiava,
imbarazzatissimo e poi se ne
andava e lo vedevamo il
giorno dopo. Ma i soldi non
bastavano e così avevamo
preso in casa a pensione tre
e poi due professoresse che
insegnavano alle medie e
venivano da paesi intorno a
Salerno e sarebbe stato
troppo scomodo viaggiare
ogni giorno. A me
quell’esperienza piacque. Un
po’ mi vergognavo, in
pratica facevo loro da
cameriera, ma cercavo anche
di imparare il più possibile.
Guardavo come mangiavano,
come camminavano, come
parlavano e anche se non
erano niente di speciale,
pure erano professoresse,
cioè una classe sociale di
livello superiore e quindi
avevo molto da imparare. E imparavo, ah, se imparavo! |
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