E`gia`tempo di VACANZE

 

 

  Home | DoveSiamo | Eventi | FotoAlbum | Gastronomia | Storia | Territorio | Vacanze




 

 

 

   
 

   

 
     
  Ieri Oggi Domani - Storie di Pisciotta e dintorni raccontate da una nostra amicaInviateci i vostri commenti e faremo del nostro meglio per rispondere alle vostre domande o soddisfare le vostre curiosita`.
     

 

  Scrivete a : Commenti@pisciotta.net
 
 
 
 
PENSIERI IN
LIBERTA`

La raccolta delle ulive
La Canzone dell'ulivo
La potatura - La Storia
   
L’Oliva Pisciottana
 
Pisciotta Premiata
con "Tre Vele"
   
 
Exotic marine life of
Palinuro 'BLUE GROTTO'

under threat from tourism
   
 
PISCIOTTA Nel Cilento
La “colatura di alici”
   
 
RICORDI & dipinti
Di Tina Cortese
     ...Ascea era un piccolo
   
 
VIAGGIO NELLA MEMORIA
... I Pisciottani  Partono!
   
     
  PISCIOTTA
Cittadina fuori dal tempo
 
   
 
RICONOSCIMENTO AD UN ITALO- AMERICANO

Thank you George!     

   
 

FIERA
DI MEZZA GALERA

Marina di Pisciotta

   
 
LA CROCE ROSSA
a Pisciotta
   
 
Sulla rotta
del Leone di Caprera

Intervista con Pino Veneroso
   
 
ASSOCIAZIONE
CULTURALE di Rodio

Rodon Onlus
   
 
 
Visitate il
Message Board
 

 

 

     
PENSIERI IN LIBERTA`
Ottobre 2011 ...San Francesco!

Pisciotta 3 Ottobre 2011 

 
 
 

Pensieri in libertà durante una “scappata” a Pisciotta  

Lunedì 3 ottobre 2011, h. 17

 

Sono a Napoli su un treno regionale. Sembrava dover partire subito, tutti correvano e invece è qui fermo. Avevo pensavo fosse un treno prima (di quello selezionato sul pc prima di partire da casa), invece è quello. Dunque ce l'avevo il tempo per andarmi a prendere una bella sfogliata calda da mangiare subito. Invece mi sono affrettata a salire su questo treno. Il fatto è che la stazione di Napoli è molto cambiata. Il bar, entrando sulla sx, che da sempre faceva ottime sfogliate e buon caffè, non c'è più. O meglio in quel posto c'è ancora una specie di bar, ma vende cose “precostituite” come ormai dappertutto nelle stazioni e negli aeroporti. La stazione è sicuramente più bella, con tanti negozi nuovi e spazi attrezzati. Ma vuoi mettere quel caffè preso al volo con la frolla calda che si scioglieva in bocca e ti rimaneva il sapore per tutto il viaggio?

Meno male che il bus che viene dall'aeroporto ferma nella piazza, un po' staccata dalla stazione, devi fare un pezzetto di strada e lì c'è il caffè Passalacqua, il più buono di Napoli. Hanno anche la torrefazione e io ogni volta ne compro un po' da portare via. Un profumo nella borsa!!!

Ne ho preso un quarto per me per questi giorni che sarò a Fiori (almeno un caffè come Dio comanda al mattino!) e un quarto per Franco Infante che mi viene a prendere alla stazione e mi presta la sua macchina per questi giorni a Pisciotta.

Il poverino, vecchietto com'è, si è alzato presto stamattina ed è andato alla stazione. Aveva capito che arrivavo alle 7 di mattina.

Inutilmente la moglie gli diceva: “ti sbagli, vedi che arriva stasera”.

Niente da fare. E' corso, poi quando ha visto che non c'ero mi ha chiamato a casa e quando ho risposto, ha detto: “Ma come? Siete ancora lì?”. Pazienza.

Domani è pure S. Francesco e io non ho comprato nulla perché sono scesa con questo trolley e basta. E meno male, Già con questo peso, mi sento stanca. La botta al coccige, della recente caduta, si fa sentire. Meno male che il viaggio sta andando liscio. Lungo, ma senza attese tra una tratta e l'altra.

Ho preso il treno da CO a MI e poi al volo quello per Malpensa. Appena arrivata ho preso un bus per il terminal due e poi di corsa al GATE e già erano tutti in fila per l'imbarco. Arrivata a NA ho trovato il bus pronto per la stazione e il treno pronto per Pisciotta.

Ecco, è appena partito.

C'è un gran sole e un gran caldo.

 

Due “vaiasse”, una bionda e una bruna mi guardano. Io le guardo con aria interrogativa e loro: “No, niente, stavamo guardando la vostra collana. E' originale!”

Si siedono di fronte a me, per fortuna dall'altro lato. Cominciano ad aprire le borse con gli acquisti. Da quel che capisco sono state a Napoli a un mercato a comprare pietre, perline, fermagli, nastri, ecc. Fanno monili. Ecco spiegato l'interesse.

 

Treno miracolosamente nuovo, con aria condizionata. Meno male, mi sento meno derelitta.

Sono partita da casa con un magone, un peso al cuore e una voglia di piangere. Ero così triste e avvilita che ho detto a Pino di non chiamarmi in questi giorni. Voglio stare un po' da sola. Poverino, lui non c'entra. E' che non capisce. E io me ne muoio. Mi sento così sola. Ho macigni sul cuore che non riesco a spostare. Tutto ciò che riesco a fare, è fingere con la gente di fuori, ma in casa non ce la faccio. Sono triste. Tristissima, incazzata sempre, inferocita e cattiva. E Pino ne fa le spese. Lui così semplice, così lineare (ma è proprio per questo).

E Mauro? Lui al contrario, così contorto, così faticosamente difficile. E' una guerra feroce che ci strema entrambi. Non ne sappiamo uscire. Lo so che tocca a me. Sia con l'uno che con l'altro. Ma non ce la faccio. Non sono all'altezza di questa situazione. Purtroppo sono figlia a Giuseppina. Mater terribilis. E' tutta la vita che odio il suo modello ed è tutta la vita che lo uso, con dolore. Questo mi provoca rabbia, senso di impotenza, frustrazione e giù a far male. E' una spirale infernale. Non se ne esce.

 

Arrivo a Pisciotta subito dopo il tramonto, quando ancora c'è come un muro rosso fuoco che si alza sull'orizzonte e intorno è già quasi buio.

Franco Infante fermo, ritto sul primo binario, immutabile e solido come sempre ad aspettarmi. Più vecchietto, ma uguale a sempre nei gesti, nel sorriso, nell'espressione un po' ironica. Lo lascio alla stazione vecchia e mi prendo la sua macchina. Ha insistito. Arrivo a Fiori che è buio. Faccio fatica ad aprire il portabagagli. Ma come diavolo si apre? Poi brancolando, al buio, apro casa e sempre al buio vado a dare la corrente, il gas, e l'acqua (tutti fuori in posti diversi). Ecco, è pronta. Esco a vedere sotto questo grosso spicchio di luna le sagome delle mie piante. Il cactus sembra cresciuto tanto, anche la pianta di fichi d'india che ho messo davanti al cancelletto. Sembra un gendarme con una strana divisa. Imponente e dritto. Chissà se alla luce del sole mi sembrerà così bello. Si intravvedono gigli rosa (quelli che aveva piantato papà). Un mare. Peccato non aver portato la macchina fotografica. Che cretina!

Non vedo l'ora che sia domani per fare un giro intorno casa e vedere com'è. Voglio controllare che effetto fanno le ringhiere che abbiamo pitturato quest'estate e le persiane e tutte le piante che ho travasato e curato. Chissà come se la sono cavata un mese da sole. Va be' che una volta è venuto Aniello di Rodio a innaffiarle. Ma ha fatto davvero molto caldo e non piove da mesi. Stasera quando sono uscita per andare da mamma passando a piedi al confine della mia proprietà con i Tancredi, ho sentito un forte scroscio di acqua. Ho guardato con la pila. C'è un piccolo torrente che va nel canale che dovrebbe portare l'acqua nella peschiera. Ma mi sembra davvero troppa. Chissà dove finisce. Non vorrei che si disperdesse nella mia proprietà. Qui già frana tutto di suo, ci mancava tutta quest'acqua. D'estate non ne arriva neanche una goccia e stava seccando tutto, ho dovuto chiamare Aniello di Ro che è venuto con una cisterna e ha bagnato dappertutto, soprattutto le piante dei limoni che erano allo stremo. Ora invece troppa. Domani devo controllare.

 

Bellissimo andare e tornare da Pisciotta a piedi. Buio con un po' di luce della luna che ora già tramonta ed è rossa sul mare. Ancora si sentono grilli in questa estate che non vuole finire e tutt'intorno silenzio e immobilità. Solo i grilli, qualche cane e tra l'erba fruscii di vite piccole. Verso le nove stasera, mentre stavo per chiudere la porta, prima di andare da mamma, ho sentitola civetta e il “rugoleo” (barbagianni) che le rispondeva. Un gradito saluto di bentornata. Rumori familiari che mi piace risentire. Mi rassicura constatare che il mondo è ancora qui intatto.

In questo paradiso i macigni sul cuore un po' si allontanano e per un attimo è pace.

 

4 ottobre 2011  S. Francesco

 

Prima, quando ero piccola, le scuole cominciavano dopo S. Francesco, che era il Santo protettore dell'Italia ed era considerato giorno festivo. Dunque la festa della Marina con la processione di S. Francesco era per noi l'ultimo giorno di vacanza e anche dell'estate che qui si prolungava sempre. Si cominciava a sentire sulla pelle l'arrivo dell'autunno. Si facevano ancora i bagni, ma la sera ci voleva qualcosa sulle spalle. L'aria era già più fresca. E si rimettevano le scarpe. Ricordo questo di cinquanta e passa anni fa. Quando il paese era piccolo, nel senso che non c'era il progresso, non c'erano i turisti e forse non c'era neanche la TV. Quando terminavano le scuole, per noi bambini cominciava la libertà. Assoluta, totale. Non avevamo nulla da fare, se non correre come pazzi per le vie del paese a inseguirci, a giocare a nascondino, i maschietti a costruire “carrozze”, a giocare con le figurine dei calciatori che erano preziosa merce di scambio, ma che servivano soprattutto a “giocarsele”: venivano messe un po' curvate una sull'altra a formare un mazzo, e poi si dava un colpo forte con la mano nello spazio accanto e il vuoto d'aria le girava. Quelle girate erano tue. Si passavano le ore così. Beh! Per fare questa vita le scarpe non servivano. Si correva meglio scalzi, piuttosto che con quegli scomodi zoccoli di legno. Così noi bambini aspettavamo con ansia che la mamma ci desse il permesso di “scauzarci”, cioè abbandonare definitivamente le scarpe per tutta l'estate (tranne ovviamente feste o occasioni solenni). Di solito era il 13 giugno, festa di S. Antonio, perché la scuola era finita e le giornate erano decisamente calde. Tutta l'estate a correre scalzi con piedi che a sera erano neri come carboni e che venivano rigorosamente ogni sera lavati e quasi scorticati per farli ridiventare bianchi e puliti prima di andare a letto. Dopo mesi così, rimettere le scarpe era una sofferenza. Primo perché il piede non era più abituato a stare costretto in una forma. Secondo perché era inevitabilmente cresciuto e le scarpe di giugno non entravano più. Si provavano quelle abbandonate da fratelli e sorelle maggiori, ma con esiti incerti. Nel senso che se anche erano di qualche numero più grandi, faceva niente, si tenevano lo stesso. Ricordo ancora che io beccavo sempre scarpe enormi di mia sorella che era molto più grande di me e camminavo ciabattando (me lo ricordo ancora quel fastidio, forse per questo per anni poi ho comprato scarpe strette).

 

Oggi è stato un tuffo nel passato.

Prima la battitura delle noci. E' venuto il solito Aniello di RO che ero ancora in pigiama ad annunciarmi che “tra un paio di viaggi” sarebbe arrivato, che stava a significare che doveva fare ancora un paio di viaggi col camion della spazzatura fino all'isola ecologica, come viene chiamato il posto di raccolta e poi finito il suo lavoro di operatore ecologico (spazzino) alle dipendenze del Comune (che però non li paga da mesi e perciò sta pensando di lasciare), sarebbe venuto con la moglie a fare la raccolta delle noci.

Mi sono vestita con calma, ho fatto colazione con il buon caffè e la sfogliata comprati ieri a Napoli da Passalacqua (meno male che previdentemente ne avevo preso un vassoio da portare a mamma che ha detto che erano troppe e me ne sono riprese un paio), e ho pulito un po'  davanti la porta dove avevo messo tutte le erbacce strappate dai vasi con le mie adorate piante.

Loro sono arrivati alle 11,30. Ho rifatto il caffè per loro, abbiamo parlato un po' del + e del – e poi siamo scesi con sacco, paniere e pertica. Veramente è una canna di bambù di 6 metri con la quale percuote le cime più alte. E' la stessa che usava per scuotere gli ulivi. Non mi convinceva allora e non mi ha convinto oggi. La canna in sé andrebbe bene. Forse ci vorrebbe più forza. Nell'usarla. Lui vibra tre o quattro colpi, poi si ferma, secondo me, esausto.

Comunque le noci erano pronte a cadere e non se lo sono fatte dire due volte. Come le sfiorava, cadevano. Ne abbiamo raccolte un sacco (non in senso metaforico, proprio un sacco di iuta, quelli che si usano per le olive).

Anche l'albero del caco li aveva lì già belli e pronti: grandi, succosi, caco vaniglia, come piace a me. Ne abbiamo presi una quindicina già maturi e pronti da mangiare. 4 li ho portati alla torre, 3 da mamma stasera e il resto in frigo per me x domani e dopo. Farò colazione così.

Olive quest'anno niente. Non metterò neanche le reti. Niente olio. Già ce ne erano poche perché avevamo fatto una potatura estrema l'anno scorso e le piante avevano sofferto, poi c'è stata siccità e infine la mosca che li ha punti e quei pochi che ci sono, sono secchi e con la puntura quindi con i vermi. Puah!

Ecco la foto della schifosissima mosca che ha rovinato il mio raccolto:

 


  

 

Ma io ero scesa con quest'idea di prendere le olive da fare sott'olio e conservarle nei barattoli per l'inverno che piacciono tanto ai miei figli e anche a mio fratello Franco, che quando posso glieli mando e so che li gradisce. Da me niente, le chiederò alla torre.

Dopo la raccolta di noci e cachi infatti sono andata a pranzo alla torre perché è l'onomastico di Franco e Maria mi aveva invitato. Io ho accettato davvero volentieri. Sono secoli che non pranzo alla torre, con il fatto che sono sempre da mamma, mi sono preclusa ogni possibilità di vita sociale a Pisciotta. Ma oggi mamma sa che faccio la raccolta delle noci e non mi aspetta a pranzo.

A pranzo c'è anche Gabriella con un'amica simpatica, Renata e Peppe e l'immancabile zio Mario (sempre più vecchione). Pranzo sobrio, ottimo lo strudel fatto da Maria. Io avevo portato in dono la bottiglia di vino che aveva portato Alessandro quest'estate (ovviamente Fabio protesterà, ma vale per tutte le bottiglie nostre che si è scolato lui) e il vin santo con i cantuccini, più un tot di noci e i cachi. L'amica di Gabri ha regalato un libro di Camilleri del Commissario Montalbano (che Franco ha magnificato) e lo zio Mario 3 bellissime camicie a righe di diverso colore (che Franco ha snobbato). Dopo pranzo, con Maria siamo andati a raccogliere le olive da una “tampotica” che lei tiene per questo scopo (prendere le olive per curarle e farle diventare dolci e mangiarle e non per fare l'olio), e che quindi tiene come una reliquia. Infatti prima ha detto che potevo raccoglierle, poi si è pentita. Io le ho promesso che l'indomani ne avrei raccolto ancora per lei.

Dopo le olive siamo scese a Marina a vedere la processione di S. Francesco. Che vi devo dire? E' stato bellissimo per me trovarmi lì in quel momento. Era il tramonto.

Rosso fuoco su una tavola d'argento azzurra, con la processione che avanzava, la banda, la gente che salmodiava... tutto in grande semplicità.

Al Passariello c'erano due tavolini, sapete, quelli che si mettono in mezzo alla via, dove passa la processione, con sopra le tovaglie belle di pizzo bianche, per appoggiare sopra le statue di S. Francesco e Santa Sofia, che servono sia a far riposare i portatori, sia a dare la possibilità agli abitanti delle case vicine di mettere i soldi sulla statua del Santo. Ma questa volta i tavolini non erano in fila nel senso di marcia della processione, come di solito. No, erano uno accanto all'altro, di fronte al mare. Così che le due statue, una volta appoggiate, sembravano godersi il tramonto. Per un attimo mi sono sembrate soddisfatte. Per un attimo ho avuto la sensazione che il mondo fosse quietamente fermo. Si sono risvegliati ricordi lontanissimi di me bambina con un maglione bianco con la mano alla nonna Angelina. E' possibile? Non starò confondendo? Non sarà con la mano alla zia Franca o alla mia mamma? Mah!

Comunque si tratta di più di cinquant'anni fa.

La processione va da un capo all'altro della Marina. Dal Passariello, dopo varie fermate, preghiere e canti, sempre accompagnate dalla banda, è arrivata fino a Gozzipuodi.

E intanto scendeva la sera. Rimaneva un metro di rosso sul mare che si faceva scuro e già c'era in cielo un grosso spicchio di luna che di lì a poco, scomparso del tutto il rosso e diventato buio, avrebbe fatto luccicare un enorme pezzo di mare.

Prima di far rientrare la processione, ci sono stati i fuochi di artificio sul mare. Veramente belli! E noi tutti col naso all'insù e gli occhi che si riempivano di quelle luci che scoppiavano sopra di noi. Che meraviglia!

Siamo tornati, io e Maria, a piedi al chiaro di luna fino alla stazione vecchia.

 

5 ottobre

stanotte ho dormito poco. C'era vento e si sentiva uno strano rumore, come di un animale ferito. Alle 5 ero completamente sveglia e mi sono alzata: volevo vedere di cosa si trattava. Era ancora buio, non si vedeva nulla, in compenso si sentiva chiaro il rumore come di un lamento o una lamiera che struscia sul muro.

Sono uscita fuori nella notte. Mi sono fermata ad ascoltare per capire il punto esatto da cui proveniva il lamento e ho capito che arrivava dal tetto. Non era un animale, era proprio una lamiera che il vento muoveva come una banderuola.

Mi sono messa a ridere. Se qualcuno mi avesse visto! Una sagoma bianca di notte,  in quel buio, lì in mezzo alla via … si sarebbero fatti sotto dalla paura.

Mi sono riaddormentata alle 7 e fino quasi alle 10.

Colazione con kachi e l'ultimo pezzo di sfogliata e via in Comune per la famosa pratica. L'ingegnere mi guardava come se fossi un marziano; chissà perché. Comunque ha detto che è tutto a posto, la porta in commissione per il parere. Speriamo bene. Sono 4 anni che mi fanno tribolare.

 

In piazza il mercoledì c'è il mercato. Ho comprato a Daniela, la badante uscente di mamma, un jeans con gli strass, che si è scelto lei. Regalo di addio, (purché se ne vada senza tante storie).

 

Decido che oggi vado al mare. Paninazzo co: ¼ di bocconcini di mozzarella di bufala, 100 gr di mortadella + un pomodoro, acqua, costume, asciugamani, pinne (trovate in macchina, chissà di chi sono) e via. Torno a Caprioli nella stessa spiaggia dove andavamo quest'estate. Voglio rivederla. Ci ho fatto tante belle nuotate con Pino e tante passeggiate. Voglio vedere com'è in autunno.

E' splendida. La stradina che scende al mare è miracolosamente pulitissima. Quest'estate era per me un cruccio. Cumuli di spazzatura lungo tutta la viuzza che conduce alla spiaggia. Soprattutto bottiglie di plastica, lattine di bibite, borse di plastica piene dei residui dei pic-nic consumati sulla spiaggia, lasciati sia dagli extra comunitari che battono la spiaggia in lungo e in largo per vendere le loro mercanzie, sia dai bagnanti, che la raccolgono da sotto il loro ombrellone, ma che ritengono inutile lo sforzo di portarsele su per le scale, fino alla macchina e poi a casa loro o nel primo cassonetto. Sarebbe troppo! Così trovano naturale abbandonarle accanto al cumulo degli extra comunitari. Così giorno dopo giorno i cumuli avevano invaso tutta la stradina. Io ne morivo. Avrei pagato davvero una cifra pur di far pulire quella bella stradina. Bene. Qualcuno lo ha fatto. La strada è pulita e profuma di gelsomino.

La spiaggia è identica, il mare se possibile ancora più trasparente. L'acqua intorno al corpo scivola leggera, vien voglia di berla. Chilometri di spiaggia con solo sette otto ombrelloni sparsi. Due sdraio abbandonate. Vado a vedere se sono rotte. Non sono rotte. Sono solo un po' vecchie, la tela è un po' stinta. Ne prendo una per sdraiarmi. Mi verrebbe voglia di portarla alla torre, tanto se è abbandonata non resisterà al vento e all'acqua dell'inverno e poi sarà inutilizzabile, ma è di legno pesante e lascio perdere.

Faccio un bagno che non si può descrivere, mangio il paninazzo, mi addormento per ca un'ora. Il sole sulla schiena è una sensazione calda, piacevole, che dà pace e contentezza. Lunga passeggiata sul bagnasciuga.

 

Alle 18 vado alla Torre. Raccolta di olive per Maria che c'era rimasta male che le avevo portato via le tampotiche il giorno prima. Aveva paura che per lei non ce ne fossero rimaste. Invece gliene raccolgo una borsa piena. Maria contenta. Poi passeggiata fino alla stazione. Tramonto dolcissimo e subito dopo notte fonda e stellata. Dopo la doccia decido di andare in paese a piedi. Mi piace camminare nella notte. Non ho paura.

 

Badante nuova della mamma. Si chiama Antonia. Ha 36 anni o qualcosa del genere, tre figli e un marito in Romania. Daniela va via domani. Farò per lei pranzo di addio.

 

6 Ottobre, ore 12,30 a casa di mamma le due badanti, uscente e subentrante, lì a confabulare. Appena arrivo le metto all'opera. In un'ora ho preparato col loro aiuto una grande teglia di lasagne che ho infilato in forno da mangiare oggi e una teglia più piccola da congelare per mamma. Un arrosto di vitello al limone e alloro con patate e, visto che ne avevano sbucciate troppe per l'arrosto, una padellata di patate fritte. Per finire, la zuppa inglese che piace tanto a mamma. Daniela era contenta, ha imparato a fare la besciamella. Dopo pranzo ha radunato le sue cose e se ne è andata. Mi ha abbracciato forte, ma si è rifiutata di salutare Angela. Le ha detto: ci vediamo in giro.

Che dire? Su questa donna ci sarebbe da scrivere un trattato. A me stava simpatica, la trovo di una logica inappuntabile. Ad Angela invece stava sullo stomaco. Speriamo vada meglio con la nuova. Dopo pranzo breve visita al cimitero. Ho dato una pulita alla tomba di famiglia che ha questo problema enorme della resina di un enorme pino che la sovrasta, che macchia il marmo e appiccica le mani. Ma non c'è molto da fare. Bisognerebbe tagliare quel pino enorme, ma credo che a papà dispiacerebbe veder distruggere un così bell'albero.

 

Sono scesa all'Acquabianca a fare l'ultimissimo bagno della stagione. Mare e acqua stupendi. Ho fatto una breve nuotata (avevo mangiato troppo) e una passeggiata sul bagnasciuga e poi di corsa alla torre. Ho parlato un momento con Renata, ma le zanzare mi hanno mangiato. Siamo andati con Maria a raccogliere un'altra bella borsa di olive che questa volta ho portato via io perchè le olive sott'olio piacciono a tutti e non bastano mai. Mi sono presa anche un po' di sciuscelle (carrube) per i decotti che farò in inverno e due melograni per i coktail da fare nelle cene importanti.

Era già quasi buio quando siamo usciti io e Maria per la nostra ormai solita passeggiata. La notte era così bella e così bella che abbiamo camminato per un'ora. C'era una luna che rendeva la strada un nastro d'argento e sul mare c'era un luccichio da mozzafiato.

 

Dopo cena, aiutata dalla badante, schiacciamento di olive per togliere il nocciolo. Ora riposano sotto acqua salata per diventare dolci. Buon sonno. Per fortuna queste sono sane. Al contrario di quelle che mi ero presa da portare a Como. La mosca maledetta le ha punte tutte. Provo a portarle lo stesso.

 

 
   
 
Until Next Time,
Un Amica di PisciottaNet
 

Questions, comments? Mandami un e-mail!

 
 
Raccolta
      delle ulive

Questa
casa e` bella!


 Cronistoria

Il compleanno


Ottobre 2011

     
 
 


Condizioni per l'utilizzo,  Copyright Policy  ed Informativa sulla privacy
©1999- Pisciotta Net * Tutti i diritti riservati.
Names of actual companies and products mentioned herein may be the trademarks of their respective owners.

 

 
 
  Home | DoveSiamo | Eventi | FotoAlbum | Gastronomia | Storia | Territorio | Vacanze  
 
©1999 dove abita la felicita`. Tutti i diritti riservati.

Created by © TWP --Frank Veneroso