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Pensieri in libertà
durante una “scappata”
a
Pisciotta
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Lunedì 3 ottobre 2011, h. 17
Sono a Napoli su un treno
regionale. Sembrava dover
partire subito, tutti
correvano e invece è qui
fermo. Avevo pensavo fosse
un treno prima (di quello
selezionato sul pc prima di
partire da casa), invece è
quello. Dunque ce l'avevo il
tempo per andarmi a prendere
una bella sfogliata calda da
mangiare subito. Invece mi
sono affrettata a salire su
questo treno. Il fatto è che
la stazione di Napoli è
molto cambiata. Il bar,
entrando sulla sx, che da
sempre faceva ottime
sfogliate e buon caffè, non
c'è più. O meglio in quel
posto c'è ancora una specie
di bar, ma vende cose
“precostituite” come ormai
dappertutto nelle stazioni e
negli aeroporti. La stazione
è sicuramente più bella, con
tanti negozi nuovi e spazi
attrezzati. Ma vuoi mettere
quel caffè preso al volo con
la frolla calda che si
scioglieva in bocca e ti
rimaneva il sapore per tutto
il viaggio?
Meno male che il bus che
viene dall'aeroporto ferma
nella piazza, un po'
staccata dalla stazione,
devi fare un pezzetto di
strada e lì c'è il caffè
Passalacqua, il più buono di
Napoli. Hanno anche la
torrefazione e io ogni volta
ne compro un po' da portare
via. Un profumo nella
borsa!!!
Ne ho preso un quarto per me
per questi giorni che sarò a
Fiori (almeno un caffè come
Dio comanda al mattino!) e
un quarto per Franco Infante
che mi viene a prendere alla
stazione e mi presta la sua
macchina per questi giorni a
Pisciotta.
Il poverino, vecchietto
com'è, si è alzato presto
stamattina ed è andato alla
stazione. Aveva capito che
arrivavo alle 7 di mattina.
Inutilmente la moglie gli
diceva: “ti sbagli, vedi che
arriva stasera”.
Niente da fare. E' corso,
poi quando ha visto che non
c'ero mi ha chiamato a casa
e quando ho risposto, ha
detto: “Ma come? Siete
ancora lì?”. Pazienza.
Domani è pure S. Francesco e
io non ho comprato nulla
perché sono scesa con questo
trolley e basta. E meno
male, Già con questo peso,
mi sento stanca. La botta al
coccige, della recente
caduta, si fa sentire. Meno
male che il viaggio sta
andando liscio. Lungo, ma
senza attese tra una tratta
e l'altra.
Ho preso il treno da CO a MI
e poi al volo quello per
Malpensa. Appena arrivata ho
preso un bus per il terminal
due e poi di corsa al GATE e
già erano tutti in fila per
l'imbarco. Arrivata a NA ho
trovato il bus pronto per la
stazione e il treno pronto
per Pisciotta.
Ecco, è appena partito.
C'è un gran sole e un gran
caldo.
Due “vaiasse”, una bionda e
una bruna mi guardano. Io le
guardo con aria
interrogativa e loro: “No,
niente, stavamo guardando la
vostra collana. E'
originale!”
Si siedono di fronte a me,
per fortuna dall'altro lato.
Cominciano ad aprire le
borse con gli acquisti. Da
quel che capisco sono state
a Napoli a un mercato a
comprare pietre, perline,
fermagli, nastri, ecc. Fanno
monili. Ecco spiegato
l'interesse.
Treno miracolosamente nuovo,
con aria condizionata. Meno
male, mi sento meno
derelitta.
Sono partita da casa con un
magone, un peso al cuore e
una voglia di piangere. Ero
così triste e avvilita che
ho detto a Pino di non
chiamarmi in questi giorni.
Voglio stare un po' da sola.
Poverino, lui non c'entra.
E' che non capisce. E io me
ne muoio. Mi sento così
sola. Ho macigni sul cuore
che non riesco a spostare.
Tutto ciò che riesco a fare,
è fingere con la gente di
fuori, ma in casa non ce la
faccio. Sono triste.
Tristissima, incazzata
sempre, inferocita e
cattiva. E Pino ne fa le
spese. Lui così semplice,
così lineare (ma è proprio
per questo).
E Mauro? Lui al contrario,
così contorto, così
faticosamente difficile. E'
una guerra feroce che ci
strema entrambi. Non ne
sappiamo uscire. Lo so che
tocca a me. Sia con l'uno
che con l'altro. Ma non ce
la faccio. Non sono
all'altezza di questa
situazione. Purtroppo sono
figlia a Giuseppina. Mater
terribilis. E' tutta la vita
che odio il suo modello ed è
tutta la vita che lo uso,
con dolore. Questo mi
provoca rabbia, senso di
impotenza, frustrazione e
giù a far male. E' una
spirale infernale. Non se ne
esce.
Arrivo a Pisciotta subito
dopo il tramonto, quando
ancora c'è come un muro
rosso fuoco che si alza
sull'orizzonte e intorno è
già quasi buio.
Franco Infante fermo, ritto
sul primo binario,
immutabile e solido come
sempre ad aspettarmi. Più
vecchietto, ma uguale a
sempre nei gesti, nel
sorriso, nell'espressione un
po' ironica. Lo lascio alla
stazione vecchia e mi prendo
la sua macchina. Ha
insistito. Arrivo a Fiori
che è buio. Faccio fatica ad
aprire il portabagagli. Ma
come diavolo si apre? Poi
brancolando, al buio, apro
casa e sempre al buio vado a
dare la corrente, il gas, e
l'acqua (tutti fuori in
posti diversi). Ecco, è
pronta. Esco a vedere sotto
questo grosso spicchio di
luna le sagome delle mie
piante. Il cactus sembra
cresciuto tanto, anche la
pianta di fichi d'india che
ho messo davanti al
cancelletto. Sembra un
gendarme con una strana
divisa. Imponente e dritto.
Chissà se alla luce del sole
mi sembrerà così bello. Si
intravvedono gigli rosa
(quelli che aveva piantato
papà). Un mare. Peccato non
aver portato la macchina
fotografica. Che cretina!
Non vedo l'ora che sia
domani per fare un giro
intorno casa e vedere com'è.
Voglio controllare che
effetto fanno le ringhiere
che abbiamo pitturato
quest'estate e le persiane e
tutte le piante che ho
travasato e curato. Chissà
come se la sono cavata un
mese da sole. Va be' che una
volta è venuto Aniello di
Rodio a innaffiarle. Ma ha
fatto davvero molto caldo e
non piove da mesi. Stasera
quando sono uscita per
andare da mamma passando a
piedi al confine della mia
proprietà con i Tancredi, ho
sentito un forte scroscio di
acqua. Ho guardato con la
pila. C'è un piccolo
torrente che va nel canale
che dovrebbe portare l'acqua
nella peschiera. Ma mi
sembra davvero troppa.
Chissà dove finisce. Non
vorrei che si disperdesse
nella mia proprietà. Qui già
frana tutto di suo, ci
mancava tutta quest'acqua.
D'estate non ne arriva
neanche una goccia e stava
seccando tutto, ho dovuto
chiamare Aniello di Ro che è
venuto con una cisterna e ha
bagnato dappertutto,
soprattutto le piante dei
limoni che erano allo
stremo. Ora invece troppa.
Domani devo controllare.
Bellissimo andare e tornare
da Pisciotta a piedi. Buio
con un po' di luce della
luna che ora già tramonta ed
è rossa sul mare. Ancora si
sentono grilli in questa
estate che non vuole finire
e tutt'intorno silenzio e
immobilità. Solo i grilli,
qualche cane e tra l'erba
fruscii di vite piccole.
Verso le nove stasera,
mentre stavo per chiudere la
porta, prima di andare da
mamma, ho sentitola civetta
e il “rugoleo” (barbagianni)
che le rispondeva. Un
gradito saluto di
bentornata. Rumori familiari
che mi piace risentire. Mi
rassicura constatare che il
mondo è ancora qui intatto.
In questo paradiso i macigni
sul cuore un po' si
allontanano e per un attimo
è pace.
4 ottobre 2011 S. Francesco
Prima, quando ero piccola,
le scuole cominciavano dopo
S. Francesco, che era il
Santo protettore dell'Italia
ed era considerato giorno
festivo. Dunque la festa
della Marina con la
processione di S. Francesco
era per noi l'ultimo giorno
di vacanza e anche
dell'estate che qui si
prolungava sempre. Si
cominciava a sentire sulla
pelle l'arrivo dell'autunno.
Si facevano ancora i bagni,
ma la sera ci voleva
qualcosa sulle spalle.
L'aria era già più fresca. E
si rimettevano le scarpe.
Ricordo questo di cinquanta
e passa anni fa. Quando il
paese era piccolo, nel senso
che non c'era il progresso,
non c'erano i turisti e
forse non c'era neanche la
TV. Quando terminavano le
scuole, per noi bambini
cominciava la libertà.
Assoluta, totale. Non
avevamo nulla da fare, se
non correre come pazzi per
le vie del paese a
inseguirci, a giocare a
nascondino, i maschietti a
costruire “carrozze”, a
giocare con le figurine dei
calciatori che erano
preziosa merce di scambio,
ma che servivano soprattutto
a “giocarsele”: venivano
messe un po' curvate una
sull'altra a formare un
mazzo, e poi si dava un
colpo forte con la mano
nello spazio accanto e il
vuoto d'aria le girava.
Quelle girate erano tue. Si
passavano le ore così. Beh!
Per fare questa vita le
scarpe non servivano. Si
correva meglio scalzi,
piuttosto che con quegli
scomodi zoccoli di legno.
Così noi bambini aspettavamo
con ansia che la mamma ci
desse il permesso di
“scauzarci”, cioè
abbandonare definitivamente
le scarpe per tutta l'estate
(tranne ovviamente feste o
occasioni solenni). Di
solito era il 13 giugno,
festa di S. Antonio, perché
la scuola era finita e le
giornate erano decisamente
calde. Tutta l'estate a
correre scalzi con piedi che
a sera erano neri come
carboni e che venivano
rigorosamente ogni sera
lavati e quasi scorticati
per farli ridiventare
bianchi e puliti prima di
andare a letto. Dopo mesi
così, rimettere le scarpe
era una sofferenza. Primo
perché il piede non era più
abituato a stare costretto
in una forma. Secondo perché
era inevitabilmente
cresciuto e le scarpe di
giugno non entravano più. Si
provavano quelle abbandonate
da fratelli e sorelle
maggiori, ma con esiti
incerti. Nel senso che se
anche erano di qualche
numero più grandi, faceva
niente, si tenevano lo
stesso. Ricordo ancora che
io beccavo sempre scarpe
enormi di mia sorella che
era molto più grande di me e
camminavo ciabattando (me lo
ricordo ancora quel
fastidio, forse per questo
per anni poi ho comprato
scarpe strette).
Oggi è stato un tuffo nel
passato.
Prima la battitura delle
noci. E' venuto il solito
Aniello di RO che ero ancora
in pigiama ad annunciarmi
che “tra un paio di viaggi”
sarebbe arrivato, che stava
a significare che doveva
fare ancora un paio di
viaggi col camion della
spazzatura fino all'isola
ecologica, come viene
chiamato il posto di
raccolta e poi finito il suo
lavoro di operatore
ecologico (spazzino) alle
dipendenze del Comune (che
però non li paga da mesi e
perciò sta pensando di
lasciare), sarebbe venuto
con la moglie a fare la
raccolta delle noci.
Mi sono vestita con calma,
ho fatto colazione con il
buon caffè e la sfogliata
comprati ieri a Napoli da
Passalacqua (meno male che
previdentemente ne avevo
preso un vassoio da portare
a mamma che ha detto che
erano troppe e me ne sono
riprese un paio), e ho
pulito un po' davanti la
porta dove avevo messo tutte
le erbacce strappate dai
vasi con le mie adorate
piante.
Loro sono arrivati alle
11,30. Ho rifatto il caffè
per loro, abbiamo parlato un
po' del + e del – e poi
siamo scesi con sacco,
paniere e pertica. Veramente
è una canna di bambù di 6
metri con la quale percuote
le cime più alte. E' la
stessa che usava per
scuotere gli ulivi. Non mi
convinceva allora e non mi
ha convinto oggi. La canna
in sé andrebbe bene. Forse
ci vorrebbe più forza.
Nell'usarla. Lui vibra tre o
quattro colpi, poi si ferma,
secondo me, esausto.
Comunque le noci erano
pronte a cadere e non se lo
sono fatte dire due volte.
Come le sfiorava, cadevano.
Ne abbiamo raccolte un sacco
(non in senso metaforico,
proprio un sacco di iuta,
quelli che si usano per le
olive).
Anche l'albero del caco li
aveva lì già belli e pronti:
grandi, succosi, caco
vaniglia, come piace a me.
Ne abbiamo presi una
quindicina già maturi e
pronti da mangiare. 4 li ho
portati alla torre, 3 da
mamma stasera e il resto in
frigo per me x domani e
dopo. Farò colazione così.
Olive quest'anno niente. Non
metterò neanche le reti.
Niente olio. Già ce ne erano
poche perché avevamo fatto
una potatura estrema l'anno
scorso e le piante avevano
sofferto, poi c'è stata
siccità e infine la mosca
che li ha punti e quei pochi
che ci sono, sono secchi e
con la puntura quindi con i
vermi. Puah!
Ecco la foto della
schifosissima mosca che ha
rovinato il mio raccolto:
Ma io ero scesa con
quest'idea di prendere le
olive da fare sott'olio e
conservarle nei barattoli
per l'inverno che piacciono
tanto ai miei figli e anche
a mio fratello Franco, che
quando posso glieli mando e
so che li gradisce. Da me
niente, le chiederò alla
torre.
Dopo la raccolta di noci e
cachi infatti sono andata a
pranzo alla torre perché è
l'onomastico di Franco e
Maria mi aveva invitato. Io
ho accettato davvero
volentieri. Sono secoli che
non pranzo alla torre, con
il fatto che sono sempre da
mamma, mi sono preclusa ogni
possibilità di vita sociale
a Pisciotta. Ma oggi mamma
sa che faccio la raccolta
delle noci e non mi aspetta
a pranzo.
A pranzo c'è anche Gabriella
con un'amica simpatica,
Renata e Peppe e
l'immancabile zio Mario
(sempre più vecchione).
Pranzo sobrio, ottimo lo
strudel fatto da Maria. Io
avevo portato in dono la
bottiglia di vino che aveva
portato Alessandro
quest'estate (ovviamente
Fabio protesterà, ma vale
per tutte le bottiglie
nostre che si è scolato lui)
e il vin santo con i
cantuccini, più un tot di
noci e i cachi. L'amica di
Gabri ha regalato un libro
di Camilleri del Commissario
Montalbano (che Franco ha
magnificato) e lo zio Mario
3 bellissime camicie a righe
di diverso colore (che
Franco ha snobbato). Dopo
pranzo, con Maria siamo
andati a raccogliere le
olive da una “tampotica” che
lei tiene per questo scopo
(prendere le olive per
curarle e farle diventare
dolci e mangiarle e non per
fare l'olio), e che quindi
tiene come una reliquia.
Infatti prima ha detto che
potevo raccoglierle, poi si
è pentita. Io le ho promesso
che l'indomani ne avrei
raccolto ancora per lei.
Dopo le olive siamo scese a
Marina a vedere la
processione di S. Francesco.
Che vi devo dire? E' stato
bellissimo per me trovarmi
lì in quel momento. Era il
tramonto.
Rosso fuoco su una tavola
d'argento azzurra, con la
processione che avanzava, la
banda, la gente che
salmodiava... tutto in
grande semplicità.
Al Passariello c'erano due
tavolini, sapete, quelli che
si mettono in mezzo alla
via, dove passa la
processione, con sopra le
tovaglie belle di pizzo
bianche, per appoggiare
sopra le statue di S.
Francesco e Santa Sofia, che
servono sia a far riposare i
portatori, sia a dare la
possibilità agli abitanti
delle case vicine di mettere
i soldi sulla statua del
Santo. Ma questa volta i
tavolini non erano in fila
nel senso di marcia della
processione, come di solito.
No, erano uno accanto
all'altro, di fronte al
mare. Così che le due
statue, una volta
appoggiate, sembravano
godersi il tramonto. Per un
attimo mi sono sembrate
soddisfatte. Per un attimo
ho avuto la sensazione che
il mondo fosse quietamente
fermo. Si sono risvegliati
ricordi lontanissimi di me
bambina con un maglione
bianco con la mano alla
nonna Angelina. E'
possibile? Non starò
confondendo? Non sarà con la
mano alla zia Franca o alla
mia mamma? Mah!
Comunque si tratta di più di
cinquant'anni fa.
La processione va da un capo
all'altro della Marina. Dal
Passariello, dopo varie
fermate, preghiere e canti,
sempre accompagnate dalla
banda, è arrivata fino a
Gozzipuodi.
E intanto scendeva la sera.
Rimaneva un metro di rosso
sul mare che si faceva scuro
e già c'era in cielo un
grosso spicchio di luna che
di lì a poco, scomparso del
tutto il rosso e diventato
buio, avrebbe fatto
luccicare un enorme pezzo di
mare.
Prima di far rientrare la
processione, ci sono stati i
fuochi di artificio sul
mare. Veramente belli! E noi
tutti col naso all'insù e
gli occhi che si riempivano
di quelle luci che
scoppiavano sopra di noi.
Che meraviglia!
Siamo tornati, io e Maria, a
piedi al chiaro di luna fino
alla stazione vecchia.
5 ottobre
stanotte ho dormito poco.
C'era vento e si sentiva uno
strano rumore, come di un
animale ferito. Alle 5 ero
completamente sveglia e mi
sono alzata: volevo vedere
di cosa si trattava. Era
ancora buio, non si vedeva
nulla, in compenso si
sentiva chiaro il rumore
come di un lamento o una
lamiera che struscia sul
muro.
Sono uscita fuori nella
notte. Mi sono fermata ad
ascoltare per capire il
punto esatto da cui
proveniva il lamento e ho
capito che arrivava dal
tetto. Non era un animale,
era proprio una lamiera che
il vento muoveva come una
banderuola.
Mi sono messa a ridere. Se
qualcuno mi avesse visto!
Una sagoma bianca di notte,
in quel buio, lì in mezzo
alla via … si sarebbero
fatti sotto dalla paura.
Mi sono riaddormentata alle
7 e fino quasi alle 10.
Colazione con kachi e
l'ultimo pezzo di sfogliata
e via in Comune per la
famosa pratica. L'ingegnere
mi guardava come se fossi un
marziano; chissà perché.
Comunque ha detto che è
tutto a posto, la porta in
commissione per il parere.
Speriamo bene. Sono 4 anni
che mi fanno tribolare.
In piazza il mercoledì c'è
il mercato. Ho comprato a
Daniela, la badante uscente
di mamma, un jeans con gli
strass, che si è scelto lei.
Regalo di addio, (purché se
ne vada senza tante storie).
Decido che oggi vado al
mare. Paninazzo co: ¼ di
bocconcini di mozzarella di
bufala, 100 gr di mortadella
+ un pomodoro, acqua,
costume, asciugamani, pinne
(trovate in macchina, chissà
di chi sono) e via. Torno a
Caprioli nella stessa
spiaggia dove andavamo
quest'estate. Voglio
rivederla. Ci ho fatto tante
belle nuotate con Pino e
tante passeggiate. Voglio
vedere com'è in autunno.
E' splendida. La stradina
che scende al mare è
miracolosamente pulitissima.
Quest'estate era per me un
cruccio. Cumuli di
spazzatura lungo tutta la
viuzza che conduce alla
spiaggia. Soprattutto
bottiglie di plastica,
lattine di bibite, borse di
plastica piene dei residui
dei pic-nic consumati sulla
spiaggia, lasciati sia dagli
extra comunitari che battono
la spiaggia in lungo e in
largo per vendere le loro
mercanzie, sia dai bagnanti,
che la raccolgono da sotto
il loro ombrellone, ma che
ritengono inutile lo sforzo
di portarsele su per le
scale, fino alla macchina e
poi a casa loro o nel primo
cassonetto. Sarebbe troppo!
Così trovano naturale
abbandonarle accanto al
cumulo degli extra
comunitari. Così giorno dopo
giorno i cumuli avevano
invaso tutta la stradina. Io
ne morivo. Avrei pagato
davvero una cifra pur di far
pulire quella bella
stradina. Bene. Qualcuno lo
ha fatto. La strada è pulita
e profuma di gelsomino.
La spiaggia è identica, il
mare se possibile ancora più
trasparente. L'acqua intorno
al corpo scivola leggera,
vien voglia di berla.
Chilometri di spiaggia con
solo sette otto ombrelloni
sparsi. Due sdraio
abbandonate. Vado a vedere
se sono rotte. Non sono
rotte. Sono solo un po'
vecchie, la tela è un po'
stinta. Ne prendo una per
sdraiarmi. Mi verrebbe
voglia di portarla alla
torre, tanto se è
abbandonata non resisterà al
vento e all'acqua
dell'inverno e poi sarà
inutilizzabile, ma è di
legno pesante e lascio
perdere.
Faccio un bagno che non si
può descrivere, mangio il
paninazzo, mi addormento per
ca un'ora. Il sole sulla
schiena è una sensazione
calda, piacevole, che dà
pace e contentezza. Lunga
passeggiata sul bagnasciuga.
Alle 18 vado alla Torre.
Raccolta di olive per Maria
che c'era rimasta male che
le avevo portato via le
tampotiche il giorno prima.
Aveva paura che per lei non
ce ne fossero rimaste.
Invece gliene raccolgo una
borsa piena. Maria contenta.
Poi passeggiata fino alla
stazione. Tramonto
dolcissimo e subito dopo
notte fonda e stellata. Dopo
la doccia decido di andare
in paese a piedi. Mi piace
camminare nella notte. Non
ho paura.
Badante nuova della mamma.
Si chiama Antonia. Ha 36
anni o qualcosa del genere,
tre figli e un marito in
Romania. Daniela va via
domani. Farò per lei pranzo
di addio.
6 Ottobre, ore 12,30 a casa
di mamma le due badanti,
uscente e subentrante, lì a
confabulare. Appena arrivo
le metto all'opera. In
un'ora ho preparato col loro
aiuto una grande teglia di
lasagne che ho infilato in
forno da mangiare oggi e una
teglia più piccola da
congelare per mamma. Un
arrosto di vitello al limone
e alloro con patate e, visto
che ne avevano sbucciate
troppe per l'arrosto, una
padellata di patate fritte.
Per finire, la zuppa inglese
che piace tanto a mamma.
Daniela era contenta, ha
imparato a fare la
besciamella. Dopo pranzo ha
radunato le sue cose e se ne
è andata. Mi ha abbracciato
forte, ma si è rifiutata di
salutare Angela. Le ha
detto: ci vediamo in giro.
Che dire? Su questa donna ci
sarebbe da scrivere un
trattato. A me stava
simpatica, la trovo di una
logica inappuntabile. Ad
Angela invece stava sullo
stomaco. Speriamo vada
meglio con la nuova. Dopo
pranzo breve visita al
cimitero. Ho dato una pulita
alla tomba di famiglia che
ha questo problema enorme
della resina di un enorme
pino che la sovrasta, che
macchia il marmo e appiccica
le mani. Ma non c'è molto da
fare. Bisognerebbe tagliare
quel pino enorme, ma credo
che a papà dispiacerebbe
veder distruggere un così
bell'albero.
Sono scesa all'Acquabianca a
fare l'ultimissimo bagno
della stagione. Mare e acqua
stupendi. Ho fatto una breve
nuotata (avevo mangiato
troppo) e una passeggiata
sul bagnasciuga e poi di
corsa alla torre. Ho parlato
un momento con Renata, ma le
zanzare mi hanno mangiato.
Siamo andati con Maria a
raccogliere un'altra bella
borsa di olive che questa
volta ho portato via io
perchè le olive sott'olio
piacciono a tutti e non
bastano mai. Mi sono presa
anche un po' di sciuscelle
(carrube) per i decotti che
farò in inverno e due
melograni per i coktail da
fare nelle cene importanti.
Era già quasi buio quando
siamo usciti io e Maria per
la nostra ormai solita
passeggiata. La notte era
così bella e così bella che
abbiamo camminato per
un'ora. C'era una luna che
rendeva la strada un nastro
d'argento e sul mare c'era
un luccichio da mozzafiato.
Dopo cena, aiutata dalla
badante, schiacciamento di
olive per togliere il
nocciolo. Ora riposano sotto
acqua salata per diventare
dolci. Buon sonno. Per
fortuna queste sono sane. Al
contrario di quelle che mi
ero presa da portare a Como.
La mosca maledetta le ha
punte tutte. Provo a
portarle lo stesso.
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