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Pensieri in libertà
durante una “scappata”
a
Pisciotta
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Visto che
sono qui da sola, per
portarmi avanti ho
telefonato al potatore,
certo Roberto Puglia, e gli
ho chiesto di venire, così
vede il lavoro e concordiamo
il da farsi. Questi ulivi
andavano potati già due anni
fa. L’ulivo infatti, e
questa varietà – ulivo
pisciottano – in
particolare, va` potata ogni
paio d’anni, così si tiene
sotto controllo la
chioma che tende a diventare
gigantesca, altrimenti
tutta la forza dell’albero
si spreca in chioma e non va
in frutto.
Pisciotta è
l’unico paese che conosco ad
avere ulivi così
giganteschi, secolari,
dal
fusto alto e chioma enorme.
I
frutti invece, le olive,
sono piccole, ma danno un
buon olio, almeno a me
piace. Sono
cresciuta a pane e olio, e
non perché non c’era altro,
chè noi non avevamo questi
problemi, quando ero
piccola,
mio padre aveva un
negozio di generi alimentari
(così scrivevo nei temi
intitolati “parla della tua
famiglia”), e quindi bastava
andare lì e scegliere cosa
volevamo nel pane.
Eravamo
privilegiati perché ognuno
di noi poteva scegliere; mio
padre era paziente e
disponibile e acconsentiva
ad affettare
salame per uno, mortadella
per l’altro,
pancetta
eventualmente per il terzo,
Io in
più sceglievo anche il
provolone piccante (la mia
passione).
Ma
pane e olio era una merenda
abituale, veloce e
soddisfacente. Non
c’erano allora le merendine,
se avevi tempo e voglia di
fare una cosa fatta bene, si
bagnava una fresella si
sminuzzava sopra un pomodoro
schiacciato e spezzettato
rigorosamente con le mani,
origano una presa di sale e
abbondante olio, ma se
volevi qualcosa per
tamponare la fame intanto
che non era pronto il pranzo
o se ancora non era ora di
cena, si tagliava una bella
fetta di pane con su un giro
di olio e via.
L’olio nuovo
era di colore giallo che
dava al verde, denso e
profumato, sembrava di
mangiare olive sott’olio.
Soprattutto quando arrivava
fresco dal frantoio; veniva
trasportato in otri di pelle
di capra, che rimanevano
intrisi di olio e per
recuperarlo fino all’ultima
goccia, quando avevano
finito di trasportarlo con
l’asino, si lasciavano a
casa delle persone, si
appendevano a un chiodo in
cucina con sotto una grossa
bacinella a scolare. Noi
bambini passavamo
direttamente sotto col pane
ed era una delizia di
profumo e sapore. I bidoni
di plastica sono arrivati
molto più tardi, insieme ai
frantoi elettrici.
Ma ancora
adesso, subito dopo la
molitura, è un piacere
mangiare pane e olio.Me ne faccio
mandare sempre un po’ da mia
sorella e appena arriva,
anche se non è proprio
fresco di giornata, subito
lo assaggio su un pezzo di
pane e la sera a cena lo
propino a marito e figli che
a furia di vedere con quanto
gusto ne mangio, hanno
imparato ad apprezzarlo.
Quando i
miei ragazzi erano piccoli
apprezzavano soprattutto le
storie che raccontavo mentre
preparavo loro questa cena
insolita. Raccontavo degli
otri di pelle di capra
appesi in cucina che
facevano paura ai più
piccoli di notte al buio e
della raccolta delle olive,
di me bambina che uscita da
scuola insieme ai miei
fratelli venivamo portati in
campagna col furgone da mio
padre, senza neanche
mangiare per guadagnare
tempo, chè di inverno viene
buio presto,
con dietro la
“colazione” cioè un
filoncino di pane, diviso in
tre parti
e ognuno di noi
sceglieva se voleva la parte
finale con più crosta o
quella centrale con più
mollica e dentro
di solito
melanzane sott’olio e olive
snocciolate, così non era
troppo “asciutto” e
mangiavamo nel tragitto fino
alla campagna, appena fuori
dal paese.
Come era buono!
Con la fame che avevamo
appena usciti da scuola.
In campagna
c’erano già le donne, lì dal
mattino a raccogliere le
nostre olive. Venivano da
paesi dell’interno,
reclutate per la campagna
olearia,
stavano in casa da
noi per tutto il periodo
della raccolta;
si liberava
per loro la stanza più
grande e si mettevano a
dormire tutte insieme in
letti di fortuna, noi figli
per l’occasione ammucchiati
in una sola stanza, a volte
a dormire due per letto.
La maggior
parte erano giovani e quelle
carine trovavano marito e
poi restavano in paese, ma
c’erano anche madri di
famiglia, che avevano sempre
il pensiero dei mariti e
dovevano dimostrare di
essere serie e composte che
guai se i mariti venivano a
sapere di certe voci… Erano
lì per guadagnarsi la
giornata, di solito venivano
pagate con olio, che da loro
non si produceva ed era un
bene prezioso e soprattutto,
anche a quei tempi. costoso.
Le non
maritate invece vivevano
questo tempo come
un’avventura, forse l’unica
della loro vita. Per alcune
era la prima occasione di
uscita dalla famiglia e
soprattutto dal loro paese e
questo dava loro un’euforia
e una voglia di vivere
intensamente questa
possibilità, lontane dagli
sguardi dei loro compaesani,
sempre pronti a giudicare e
pensar male.
E sì che la
giornata era dura! Le olive
si raccoglievano per terra
una per una, che non c’erano
allora le reti e le olive
cadevano quando erano mature
o quando veniva una tempesta
di vento che le buttava giù
insieme a foglie e rami
spezzati. L’unica accortezza
consisteva nel preparare
alla bell’e meglio il
terreno sottostante la
chioma. Era l’operazione
precedente la raccolta; gli
uomini “ricuotevano”, cioè
rastrellavano il terreno per
renderlo sgombro da erba e
sterpi e rendere più agevole
poi la raccolta.
Le donne
arrivavano quando per terra
era “assogliato” di olive,
la terra diventava nera
tutta intorno alla pianta e
si procedeva in fila,
due o
tre per pianta partendo dal
basso, ogni donna aveva un
raggio di circa due metri e
mettendo davanti a sé un
paniere che di solito
conteneva due stoppelli,
procedeva a prendere una per
una le olive fino che
stavano nella mano e poi si
mettevano nel paniere.
Quando era
pieno si andava a svuotare
nel sacco messo di solito
sul sentiero dove era più
facile caricarlo sugli asini
o sulle carriole per
portarlo, attraverso i
sentieri fino alla strada
dove alla fine della
giornata un mezzo li avrebbe
portati a un deposito, di
solito un casotto e quando
erano in quantità rilevante
si portavano al frantoio per
la macina.
Le donne
stavano chine, qualcuna
piegata sulle ginocchia,
quasi accovacciata, ma ci si
stancava di più. Noi bambini
stavamo come volevamo, a
volte anche inginocchiati,
ma era scomodo perché
bisognava continuamente
procedere e quindi alzarsi e
avanzare. Avevamo dei
panieri piccoli, per non
fare troppo sforzo a
trasportarli, a volte
raccoglievamo vicino a
qualche grande e mettevamo
le olive nello stesso loro
paniere, ma questo era raro,
perché era una questione di
principio misurarci e
misurare la nostra bravura
col numero dei panieri
riempiti. Anche perché poi a
cena avremmo raccontato di
quanti panieri, e chi ne
aveva raccolti di piu`.
A cena era
bello. Eravamo in
tanti e si mangiava
abbondante e un bel pasto
caldo e si raccontava di
quante piante, di quanti
sacchi e del giorno dopo
dove si sarebbe andati a
iniziare la raccolta. Poi
c’era “l’ora d’aria” per le
donne forestiere. Cioè
mentre la famiglia si
ricomponeva, noi bambini a
fare i compiti per la scuola
del giorno dopo, i grandi a
rassettare e mio padre a
raccontare a mia madre i
fatti della giornata, le
donne forestiere se erano
maritate si ritiravano nella
loro stanza o facevano un
po’ di bucato e le ragazze
avevano l’abitudine di
uscire un’oretta nei vicoli
bui dove c’erano ad
aspettare i giovanotti del
paese.
Non c’era
tempo per i convenevoli. La
campagna olearia dura al
massimo due mesi e chi
voleva trovar marito doveva
darsi da fare subito. I
giovanotti aspettavano
l’arrivo di queste donne
come la manna dal cielo,
perché erano meno
schizzinose delle locali,
più accondiscendenti e poi
per la maggior parte di loro
erano storie senza
conseguenze, finite le olive
partivano e non ci si
pensava più. Ogni tanto
qualcuno si innamorava e la
ragazza restava sposa,
qualcun’altra partiva in
lacrime e la maggior parte
partiva allegra per i baci
dati e presi nei vicoli bui
e di cui non si sarebbe
portata traccia nel ritorno
alle loro case ai fidanzati
fratelli padri, orrendi
guardiani della loro
giovinezza.
Ma non
sempre andava liscia, perché
i maschi del paese e non
solo i giovanotti erano in
subbuglio e si contendevano
le più carine, così
succedeva sempre qualche
complicazione di rivalità ma
soprattutto di gelosie di
mogli e fidanzate che
perdevano il sonno con
l’arrivo delle donne delle
olive. E ne avevano di
ragioni! Perché gli uomini
avevano campo libero e
raccontavano bugie e
alle
donne del paese non era dato
controllare chè godevano,
gli uomini, di grande
libertà di movimento al
contrario di loro che col
buio restavano in casa. Ogni
tanto ci scappava qualche
gravidanza da risolvere in
fretta e di nascosto e
qualche matrimonio che
andava in pezzi, ma poi
tutto si riaggiustava.
Noi bambini
intuivamo questo mondo
segreto, ma mai alla nostra
presenza i grandi
commentavano i fatti,
capitava di cogliere qualche
sguardo, qualche frase
stizzita, qualche faccia
improvvisamente triste e
rabbuiata. Ricordo che un
anno mia madre cacciò di
casa due ragazze che in
maniera troppo esplicita
litigavano tra loro
rinfacciandosi
reciprocamente comportamenti
ritenuti poco seri. A me
dispiacque tanto perché una
di loro era bella e allegra
e mi aiutava di nascosto a
riempire il mio paniere e
così vincevo sui miei
fratelli.
Queste donne
arrivavano con un camion del
paese che andava a prenderle
un certo giorno e tutti in
paese ad aspettare il loro
arrivo. Quando scendevano
dal camion, le famiglie che
le avevano richieste erano
in piazza e si dividevano i
gruppetti a quattro, sei,
sette, dieci a seconda del
posto che avevano per farle
dormire, loro sceglievano se
volevano stare insieme nella
stessa famiglia, se erano
già state l’anno prima e se
erano reciprocamente rimasti
contenti.
Ma la folla
che le aspettava era
soprattutto di uomini che
erano lì come falchi pronti
a piombare sulla preda. Già
quando scendevano dal camion
ognuno decideva chi doveva
essere la sua preda. La
stessa scena si sarebbe
ripetuta anni e anni dopo
quando arrivò il turismo e
il Club Mediterranée faceva
arrivare interi treni di
francesi che scendevano alla
stazione e venivano caricati
su eleganti bus che li
avrebbero portati al
villaggio turistico. Bene,
in quei pochi metri dal
treno al bus erano radunati
i giovani maschi della zona
che avevano pochi minuti per
fare conoscenza e farsi dire
un nome che poi la sera
sarebbero andati a cercare
nei bungalow. Tempo di
avventura per i maschi,
tempo di “sdirruoto” per le
famiglie.
Poi sono arrivate
le reti per la raccolta
delle olive, e le macchine
per ventilarle (separare
dalle foglie) e i frantoi
sono diventati numerosi e
sofisticatissimi, così tutte
le operazioni sono
semplificate e non arrivano
più camionate di donne e
anche il club mediterranee
ha chiuso e non arrivano
treni pieni di francesine…
Ma
la
potatura bisogna sempre
farla e così, anche se sono
qui solo per due giorni, in
questa casa fredda, che
niente riesce a scaldare, né
il grosso camino nel quale
bruciano tronchi enormi, né
i bracieri roventi che
continuo a spostare dalla
mia alla stanza di Pietro
per togliere questa umidità
di cui è piena la casa, (che
quest’anno ha piovuto tanto,
e meno male che fuori l’aria
non è fredda e quasi si sta
meglio fuori che dentro) e
nonostante abbia i minuti
contati chè in questi due
giorni non so più cosa farci
stare, aspetto questo
ragazzo per gli accordi
sulla potatura.
Il cancello
era chiuso e aspettavo di
sentir suonare, invece me lo
sono trovato davanti la
porta a vetri della cucina e
quando gli ho chiesto come
aveva fatto e entrare, senza
nessun problema mi ha detto:
l’ho scavalcato. Chissà
perché! Cosa ci voleva a
bussare? Poi l’ho capito
perché. Lui la mia proprietà
la conosce meglio di me, mi
ha raccontato che la
frequenta assiduamente,
perché sono un cacciatore,
mi ha detto, come se questo
equivalesse a una licenza di
entrare nelle proprietà
private e fare come se fosse
propria.
Mi ha detto che giù
in fondo dopo la quercia,
c’è un posto che conosce
solo lui, dove ogni anno
raccoglie chili e chili di
porcini e più giù ancora a
ridosso dell’ultimo muro c’è
il posto delle fragoline di
bosco, anche lì, ne
raccoglie tante che la
moglie le congela e poi
d’estate le vendono ai bar
per le granite. Per non
parlare degli asparagi, ne
prende tanti che hanno
dovuto comprare altri due
congelatori. Praticamente ha
un garage tutto pieno di
congelatori e la mia
proprietà, pare che
contribuisca generosamente a
tenerli in funzione.
Ne
parlava con tanta competenza
e passione che è sembrato
naturale anche a me che lui
prendesse dalla terra quello
che la terra gratuitamente
produce. Mi ha
raccontato della raccolta
dei porcini, a quantitativi
industriali, perché lui lo
fa con metodo, ma
soprattutto con rispetto
della terra, nel senso, mi
ha spiegato che non sradica,
ma taglia, lasciando una
specie di bulbo, e poi con
un coltellino, li pulisce lì
sul posto, facendo cadere i
residui, (le spore?), che
diventa umus e propizia la
ricrescita nella prossima
stagione, e pare che
funzioni a meraviglia. Lui
lascia un segnale, un ramo
messo di traverso, un
paletto conficcato nel
terreno, in modo da segnare
il punto preciso e preciso
ogni anno trova di nuovo
funghi a volontà. Dice che
ne prende talmente tanti che
a volte deve fare due viaggi
con la macchina, attento a
non farsi vedere da nessuno
perché poi se se ne
accorgono, non solo vanno a
raccoglierseli, ma rovinano
tutto perché non hanno le
accortezze che ha lui.
Mi ha
stupito questo ragazzotto.
Beh, ragazzotto, ha già un
figlio di 16 anni, che come
lui non ha avuto testa per
la scuola e così lo porta a
lavorare con lui e gli sta
insegnando tutto quello che
c’è da sapere sulla
campagna, su questi nostri
monti e sulle ricchezze che
hanno a saperle cercare. Lui
va a caccia di cinghiali,
quest’anno ne ha presi già
sei, due li ha fatti sparare
dal figlio, uno era così
grosso che il figlio tremava
tutto dalla paura, ma lui
aveva solo fatto finta di
allontanarsi, era invece a
tiro di voce, pronto ad
intervenire se ce ne fosse
stato bisogno. Ma il figlio
se l’è cavata egregiamente.
Questi cinghiali poi
finiscono in prosciutti e
salsicce e ci mangia la
famiglia tutto l’anno, e ne
fa regalo agli amici. Mi ha
stupito perché a modo suo,
e tutto da solo, ha trovato
il modo di vivere bene
prendendo ciò che questa
terra offre, in maniera
semplice e naturale,
seguendo le stagioni,
guardando dove gli altri non
vedono e assecondando quella
parte di mondo che ormai ai
più è sconosciuta.
Ha messo
su anche una buona
produzione di miele,
prepara le arnie e aspetta
le api che a seconda dei
mesi e della fioritura degli
alberi, gli portano miele di
fori d’arancio, di castagno,
di acacia, mille fiori, e ne
vende a quintali. Non è mai
fermo, ogni mese, ogni
stagione ha qualcosa da
dargli e lui è lì pronto ad
assecondare, a cogliere, a
far fruttare.
Tra una cosa
e l’altra trova il tempo di
fare il potatore, ma anche
il muratore e così in un
attimo mi dice che sa già
cosa e quanto tagliare, che
quei rami lunghi e dritti
degli ulivi sono buoni solo
a far pali per tenere in
piedi le piante di fagioli,
che vanno tolti, altrimenti
la pianta non dà frutto e
quei muri a secco caduti per
le piogge abbondanti di
questo inverno, se avrà
tempo me li rifarà lui,
aiutato dal figlio e che non
mi devo preoccupare della
legna, me la taglia e me la
metterà sotto la tettoia,
così se torno quest’altro
inverno non avrò problemi
per il camino.
Non oso
chiedere quanto mi costerà
tutto questo, sembra stonato
parlare di soldi con uno
così immerso nella natura,
anche se parte di questa
natura sarebbe di mia
proprietà. Lui se ne va, ma
mi resta una buona
sensazione, come di aver
ritrovato una strada, un
sentiero che non pensavo ci
fosse più.
Cerco di
parlarne a Pietro, mi
piacerebbe tanto se una
volta gli andasse dietro, ma
figuriamoci! E’ un’altra
galassia. Lui ha 15 anni tra
un mese e pensa alle cinture
di “Dolce e Gabbana” e di
“Barberry” che io non gli
comprerò mai, ma che lui in
questo momento desidera come
l’espressione massima
dell’essere figo.
… ma questa
è un’altra storia.
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