(parte
seconda)
Avemmo sentore però che la parte avversa disponeva di un gran numero di "muzzòna" che il padre d’uno dei ragazzi, priore di una congrega, aveva procurato, e questo fatto ci innervosì non poco, tanto più che la "festa" si svolgeva verso il tramonto e noi di pezzi di ceri da accendere non ne avevamo a sufficienza. Rovistai dovunque, in casa, in cerca della chiave della Cappelletta annessa ove avrei trovato certamente il necessario, ma non riuscii a nulla; dovetti contentarmi di quei pochi "cerogeni" che raccolsi dai vari comodini nelle stanze.
Intanto si avvicinava l’ora della gara (gara di cui noi stessi saremo stati i giudici). I nostri ad uno ad uno vennero alla"sede" preoccupati un po’ tutti per la illuminazione.
La campana dell’Ave Maria mi aprì la mente; pensai ad una soluzione temeraria che avremmo potuto raccogliere nella Chiesa grande.Senza perder tempo mi chiamai i più capaci ed insieme concertammo un progetto: due sarebbero entrati in sagrestia per intrattenere il Parroco; io e un terzo avrei trovato il modo di procurarmi, a spese di qualche candelabro, il necessario.
Così fu fatto: La parte fu recitata a meraviglia dai due che fuori da ogni sospetto seppero intavolare un discorsetto con Don Luigi che era nella saletta interna a rassettare le carte d’un cassetto : Chiesero dell’inizio delle "cose di Dio" e manifestarono il desiderio di essere iscritti alla frequenza.
Io intanto adocchiai un candelabro che faceva per me, non tanto alto e con un bel cero nuovo. Era quello che serviva per illuminare. Il libro al sacerdote nei riti solenni. Con l’aiuto dell’amico cercai di svincolare il cero ben conficcato sul chiodo; malgrado le precauzioni, il vecchio candelabro si piegò su sé stesso prima che il chiodo ci cedesse "silenziosamente" la candela, e andò a battere sulla predella di legno del "solio" facendo un chiasso che il silenzio del tempio rese ancora più intenso.
In quel mentre entrava in chiesa qualcuno; ci accovacciammo vigilanti dietro la balaustra di marmo: era zio Peppino, cieco quasi del tutto, accompagnato dalla guida, che veniva per le funzioni della sera.
La caduta del candelabro aveva richiamato l’attenzione di Don Luigi che ben conosceva i nostri "tiri": Con la canna spengimoccoli e rosso in viso come un gambero il Parroco venne fuori dalla Sagrestia mentre i due "con la coda tra le gambe" trovarono la porta di uscita. Con passo veloce don Luigi voleva sorprenderci, ma, fortuna per noi, una tasca della zimarra incappò nello spigolo di una sedia che per essere legata in catena ad altre anzicchè cedere e cadere, fece andare per terra il buon sacerdote.
Profittammo dell’accorrere di Aniello il Sagrestano e di qualche altro volonteroso che veniva in soccorso, perché noi uscissimo dalla zona di pericolo per prendere la corsa verso l’uscita. Per quel chiasso, sapemmo dopo, venne fuori dalla Sagrestia anche il vecchio monaco che con il suo fare garbatamente ironico, accusò don Luigi di scherzare in Chiesa con i ragazzi; Aniello, in disparte, se la rideva sotto i baffi.
Intanto, come liberati da un incubo, con la bella candela appena spezzata dall’urto, raggiungemmo la "squadra". Demmo gli ultimi ritocchi all’opera; disponemmo i pezzi di ceri sull’altarino e poi giù nel vicolo ove prendemmo posto occupando la luce d’una porta d’un bottaio con i suoi due gradini. Gli avversari erano giunti un po’ prima di noi e si erano sistemati poco più in basso su uno di quei muretti lungo le case.
Accendemmo le luminarie che apparvero subito più imponenti delle loro; ebbero inizio le funzioni con canti che, imitando le voci della Chiesa, storpiavano le parole latine. Ben presto la quiete del vicinato fu messa a dura prova e malgrado le raccomandazioni che ci venivano da ogni parte, la "festa" proseguiva con toni sempre più alti, come se la gara fosse consistita nel manifestare maggior volume di voce. Fin qui tutto procedette in ordine; il difficile cominciò con le processioni. Da una parte e dall’altra si ebbe prima uno scambio di frizzi:" E’ più bella la nostra!" "No, è meglio la nostra!", botta e risposta ; ma poi si passò alle contumelie insolenti ed infine ad una solenne scazzottata con feroci assalti agli altarini che vennero ridotti a mal partito.
Non mancò qualche "petrata" con relativa ferita sul cuoio capelluto. L’intervento sollecito del padre di uno di noi, chiamato dal chiasso e dalla preoccupazione, pose fine con una larga distribuzione di pedate e scapaccioni a quella competizione. Né vinti, né vincitori.- Solo per me c’era un’aggiunta; quando il giorno dopo i miei sentirono della "battaglia" della sera prima e che qualche"associato" aveva avuto la peggio con la rottura d’un pantaloncino o con i segni manifesti dell’attività "intensa" sulla testa; allora una buona dose di "strapazzate domestiche" non mancò certamente. Era Nennè che correva a giustificarmi (quante giustificazioni false!) e a togliermi da quei guai.
E’ nel ricordo di Lei che chiudo questa pagina autobiografica con la speranza di aver reso un gradito pretesto a voi specialmente che vivete lontani, in altri continenti, fra genti di diversi costumi, per rivedervi ragazzi correre per le "chiesòle" lungo le vie di Pisciotta che conservano ancora l’eco della vostra letizia infantile.
Alessandro Pinto