Le "chiesiole"
di Alessandro Pinto
A chi ha trascorso gli anni della fanciullezza in paese, nella casa da focolare sempre acceso, fra i vicoli oscuri e malandati, lungo sentieri campestri a rincorrere sogni e speranze; in chi è vivo il ricordo degli scapaccioni che compensavano l’ennesima impertinenza, non giungerà nuovo il titolo di questo racconto che vorrebbe riportarlo nel tempo per fargli rivivere momenti piacevoli dell’infanzia lontana.
Il periodo delle "chiesiòle" appartiene alla prima fase dei giuochi infantili, quando il fanciullo, liberato dalla stretta sorveglianza domestica, comincia ad essere di casa nella Chiesa grande.
E’ l’epoca dell’ultima ingenuità: ancora i giuochi sono caratterizzati da capricci e non , come capiterà più tardi, dalla scaltrezza e dalla furberia.
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Raccoglievo da tempo vecchie figurine , forse prima ancora che cominciassi a frequentare la Chiesa, e ne avevo un mazzetto consistente e pregevole: alcune provenivano dall’altarino della nonna, altre erano state involate dai libricini di messa e altre ancora frutto di servizi prestati durante le feste, patronali. Ero orgoglioso di quella raccolta che destava ammirazione ed invidia fra i coetanei meno fortunati. Avevo alcuni esemplari rarissimi: ricordo la immaginetta dei SS. Cosma e Damiano, la sola che esistesse in tutto il paese.
La mia posizione di "ricco" collezionista richiamava intorno a me un largo stuolo di ragazzi, fra i più irrequieti della generazione. Con questi organizzai una vera e propria "sede" per le riunioni e per il laboratorio in una stanza che i miei vecchi, per sottrarmi alla strada, mi avevano messo a disposizione: Avevamo un tavolo, qualche sconnetto, uno scatolo con i "ferri", tante tavolette: il tutto in un ambiente reso ridente dalla ricchezza di festoni creati con le strisce dei rotoli telegrafici, generoso omaggio di Lodovico il Postiere o di qualche guardafili.
Qui arrivavamo a raccoglierci a volte in venti, venticinque ragazzi,e, per non disturbare mio zio, il vecchio monaco, entravamo con circospezione protetti dall’affettuosa premura di Nennè che presiedeva alle mie cure e a quelle dell’antica casa della famiglia. Ognuno portava con sé il meglio che poteva racimolare in casa: pezzi di stoffa colorata, spezzoni di merletti, chiodi; tutto serviva alla preparazione della "festa" che si andava allestendo e che riusciva a mettere in soqquadro per delle ore l’intero vicinato.
Ricordo che un giorno da un altro gruppo di ragazzi che mal sopportava la nostra supremazia in materia di "chiesiòle" ci venne lanciata una sfida. Raccogliemmo l’invito e ci mettemmo all’opera. Facemmo cose mai viste. Dopo mezza giornata di pianti, Nennè si decise a concedermi il tagliere con tutte le necessarie raccomandazioni. Lavorammo su quella bella tavola liscia per più di una giornata ad incollare figurine ed a fissare ricami di vario colore. Alla fine eravamo veramente soddisfatti dell’opera che certamente avrebbe consentito di vincere la gara.
...continua
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